Tra il serio e il faceto il Ministro delle Finanze indonesiano ha lasciato intendere che Giacarta sta studiando molto attentamente le dinamiche che l’Iran sta imponendo nello Stretto di Hormuz, chiedendo il pagamento di un pedaggio per i traffici delle imbarcazioni portanti carichi energetici e commerciali prima e dopo l’imposizione del blocco navale americano. Purbaya Yudhi Sadewa, parlando nella giornata di mercoledì 22 aprile a un convegno sul mondo infrastrutturale, ha lanciato l’idea che in futuro l’Indonesia possa fare lo stesso col decisivoStretto di Malacca, un altro dei decisivi colli di bottiglia del commercio marittimo che traina la globalizzazione.
Malacca come Hormuz?
Lo stretto che divide la penisola malese, divisa tra lo Stato eponimo e Singapore, e l’isola di Sumatra appartenente all’Indonesia, è una linea vitale del commercio navale in quando diaframma fondamentale tra Oceano Indiano e Oceano Pacifico. Nel 2025 i transiti attraverso questa decisiva via d’acqua hanno raggiunto quota 102mila navi, +8,7% sull’anno precedente che pure aveva rappresentato un nuovo record. Mediamente 74 portacontainer di grandi dimensioni (Ulcv) e 60 petroliere attraversano le rotte dello Stretto di Malacca, che sul fronte degli scambi globali ha un peso addirittura maggiore di Hormuz, dato che insiste sul cuore economico-industriale del mondo, sull’area più popolosa del pianeta e sull’epicentro di produzione manifatturiera e consumi energetici, ovvero l’Asia orientale. E proprio nello Stretto di Malacca l’Oceano Indiano e Pacifico diventano l’area geostrategica interconnessa dell’Indo-Pacifico, unita da un canale su cui passano il 35% del petrolio viaggiante via nave nel mondo (l’80% di quello destinato alla Cina), il 20% del gas e il 25% dei beni manifatturieri scambiati.
L’ambizione dell’Indonesia
Prabowo Subianto, ambizioso presidente di un’Indonesia che vuole contare nell’agone globale forte della sua economia in espansione, del ruolo di Paese membro del G20 e dei trend globale di centralizzazione dell’Asia, osserva da vicino gli scenari strategici di Hormuz. Purbaya ha proposto questa idea in maniera, per ora, leggera ma ha aperto un tema. The Diplomat ricorda che “i ministri indonesiani hanno una lunga storia di deviare dal copione su questioni importanti” e che “qualsiasi proposta del genere probabilmente incontrerebbe una forte opposizione in tutto il mondo, comprese nazioni asiatiche come Cina, Giappone e Corea del Sud, le cui economie dipendono particolarmente dal libero passaggio attraverso lo Stretto”. Ciononostante, Giacarta ha saggiato il terreno e mandato un chiaro messaggio: in caso di crisi regionale, mantiene una capacità d’azione non banale, rafforzata peraltro dal boom delle spese militari indonesiane e dal potenziamento navale che passa anche per la presa in gestione della ex portaerei italiana “Giuseppe Garibaldi”, destinata a diventare una portadroni nella Marina del Paese asiatico.
Un messaggio alla Cina
In quest’ottica, le dichiarazioni servono anche da leva politica. E ormai la corsa al controllo degli stretti sarà sempre più attiva dopo che l’Iran a Hormuz ha mostrato che il rapporto tra costi necessari per gestire l’interdizione e ritorni politici e economici è positivo. “Datemi una leva e vi solleverò il Golfo”, direbbe un Archimede moderno nelle file dei Pasdaran iraniani. La leva è il mix tra il blocco militare e la tassa richiesta per il passaggio alle navi in uscita, imposta in seguito all’assalto israeliano-americano. Il Golfo è sollevato della sua importanza globale e trasformato in agone conteso. L’Indonesia ricorda che non è poi impossibile che ciò succeda in futuro, e lo fa proprio mentre la Cina, principale interessata da questa giugulare, accelera i dialoghi con la Thailandia per concordare il taglio dell’Istmo di Kra per bypassare Malacca. La sfida logistica oggi infatti potrebbe coinvolgere Pechino e Malacca diventare l’agone in cui, in un futuro, gli Usa potrebbero cercare di imporre una “sua” Hormuz al Dragone. Fare scenari significa ipotizzare futuri possibili, anche se remoti. E questo non può essere escluso.
Su queste colonne abbiamo discusso con l’avvocato Luca Picotti di come l’idea di tassare il transito da uno stretto, per quanto in contrasto con le normative marittime internazionali, è ormai giocoforza da considerare come una possibile consuetudine geopolitica. L’Indonesia sa di avere una potenziale leva negoziale e la ricorda a Paesi amici e rivali. Nella nuova geopolitica di centralizzazione delle periferie e delle aree critiche sul piano fisico e geografico, un presagio della nuova normalità che ci attende.
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