L’Iran ha costruito un sistema resiliente per doppiare le sanzioni che hanno a lungo tagliato Teheran fuori dall’economia globale e, nel pieno del teso cessate il fuoco concordato l’8 aprile con gli Usa, sta utilizzando un apparato ormai rodato come le criptovalute per consolidare il suo controllo sullo Stretto di Hormuz.
La Repubblica Islamica ha fatto pervenire al Financial Times, per bocca di Hamid Hosseini, portavoce dell’Unione degli esportatori iraniani di petrolio, gas e prodotti petrolchimici, che Teheran chiederà pedaggi in criptovalute per consentire alle imbarcazioni transitanti per la strategica via d’acqua di prendere il mare aperto verso i mercati globali. Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ha stabilito il valore dell’equivalente di un dollaro per barile di petrolio, presumibilmente per tutti quei Paesi che con l’Iran non hanno già ottenuto accordi di transito.
Cripto e sicurezza nazionale
“Consentire all’Iran di continuare a controllare questa cruciale via d’acqua sarà probabilmente molto sgradito agli Stati del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti”, nota il Ft, che analizza l’impatto che ciò potrebbe avere anche per produttori Opec+ come Iraq e Kuwait. Parimenti, per la strategia iraniana di sicurezza nazionale mettere in campo le criptovalute significa sdoganare una visione nota da tempo ma che può tornare utile mentre Teheran negozia possibili vie d’uscita dalle sanzioni negli imminenti colloqui di Islamabad. L’Iran mostra, infatti, al mondo il ruolo che le criptovalute hanno nella sua economia fondata sull’evasione delle sanzioni internazionali e che possono utilizzare come strumento di potenza.
Chainalysis sottolineava a gennaio, nel pieno delle proteste che sconvolgevano il Paese, come l’economia cripto dell’Iran valesse 7,78 miliardi di dollari nel 2025, la metà dei quali controllati dal corpo dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc). Le blockchain iraniane aiutano i Pasdaran a doppiare gli effetti dell’inflazione e del deprezzamento del rial, ridotto a carta straccia, e a incamerare risorse da attività illecite per il sistema globale da cui l’Iran è tagliato fuori, come la vendita di petrolio e armamenti, e utilizzarle per finanziare spionaggio all’estero, reclutamenti, sostegni diretti a gruppi alleati come Hezbollah e Houthi. Nell’ultimo decennio l’Iran è diventata una potenza del mondo cripto e non è da escludere che la fase attuale imponga di rimpinguare pesantemente i wallet, con le fasi di guerra e tensioni geopolitiche associate alla maggiore dinamicità dei portafogli di asset digitalizzati. Ad esempio, Chainalysis riporta picchi di utilizzo durante la guerra dei dodici giorni nel giugno 2025.
La guerra asimmetrica delle cripto iraniane
Da tempo anche gli Usa hanno nel mirinoNobitex, il più grande exchange cripto iraniano, e il Tesoro americano ha colpito gli apparati legati al programma di emissione di un’unità valutaria digitalizzata da parte della Banca centrale di Teheran per l’uso della finanza tokenizzata per evadere le sanzioni. L’Iran cerca ora un maxi-emendamento di questa pratica. Si può supporre che l’Iran mantenga wallet in Paesi amici o alleati (Russia e non solo), direttamente o indirettamente riconducibili alle istituzioni della Repubblica Islamica e dei Pasdaran e che oggigiorno chiedere un pagamento in cripto possa essere visto come un’alternativa più praticabile dell’uso, ad esempio, dello yuan-remnibi per partner degli Usa e di Israele come i Paesi europei, a cui il pagamento in asset come i bitcoin permetterebbe di non incorrere nell’ira di Washington.
Chiaramente, questo creerebbe dei problemi per la ripartenza dei traffici e la richiesta di criptovalute è anche un deterrente economico per spingere il sistema produttivo a far sì che Washington accetti una soluzione costruttiva del conflitto. A suo modo, inoltre, la richiesta del pedaggio in criptovalute mostra un’estensione finanziaria della sostanziale dichiarazione di sovranità dell’Iran su Hormuz, commentato su queste colonne da Luca Picotti, che crea un precedente impronosticabile nelle leggi del mare e dei commerci. Un Paese strangolato da sanzioni pressanti che lo escludono dal mercato globale prova a governare una rotta decisiva per questo stesso mercato sul fronte energetico, utilizzando la leva geografica e militare da un lato e una zona grigia finanziaria come strumento di esazione dall’altra. La guerra economica asimmetrica dell’Iran continua ed è oggi una leva negoziale. A Islamabad se ne dovrà, necessariamente, tenere conto.
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