Era partito per Bruxelles come suggellatore dell’alleanza di governo giallorossa, come garante del fatto che l’alleanza M5S-Pd avrebbe riportato alle stelle il prestigio italiano in Europa,come uomo capace di rilanciare Roma nel dibattito europeo. Sulla nomina dell’ex premer Paolo Gentiloni a Commissario europeo dopo la nascita dell’esecutivo giallorosso e sulla sua collocazione agli Affari europei a fine 2019 si è detto e scritto di tutto, salvo poi dover fare i conti con la realtà.

L’ex onorevole romano è stato dapprima messo sotto tutela da Ursula von der Leyen, che gli ha sovraordinato il falco lettone Valdis Dombrovskis,in seguito ha sembrato operare più in direzione della garanzia della svolta “europeista” del governo Conte II che come referente dei suoi interessi a Bruxelles, non ha strappato alcuna concessione sul deficit a fine 2019 e non ha potuto in alcun modo partecipare alle grandi decisioni sulla politica di lungo periodo per l’Europa post-pandemica, negoziata da von der Leyen assieme al Consiglio europeo e ai suoi fedelissimi. Da ultimo, recentemente, Gentiloni è tornato “guardiano” dell’ortodossia europeista, arrivando a bacchettare lo stesso governo Conte II dopo le aperture che David Sassoli sembrava aver concesso sulla gestione del debito post-pandemico.

La realtà è che Gentiloni è messo ai margini del discorso politico e dell’assetto di potere comunitario. Ridotto ad essere un ingranaggio come altri nel complesso e molto spesso informale apparato burocratico di Bruxelles. E in questo declino potrebbe averci messo del suo.

Il perchè lo fa notare Dagospia: “Che la guida europea sia a trazione tedesca già lo sappiamo. Quello che non sappiamo è in che modo, e fino a che punto. Quando Gentiloni è stato nominato Commissario, il direttore generale di ECFIN – la direzione europea agli affari finanziari – era Marco Buti. Prodiano di ferro, preparatissimo, uno con un phd in economia a Oxford”, tra i pochissimi esponenti italiani assieme al direttore della vigilanza bancaria Andrea Enria di quella “eurocrazia” abituata a navigare nei fondali abissali del potere di Bruxelles e a spendere al suo interno la sua preparazione e le sue competenze tecniche.

Buti è economista preparato, tanto che il suo nome è uscito alla ribalta associato a una pubblicazione in cui si invitava l’Italia a programmare politicamente in tempo il Recovery Fund nelle scorse settimane. E con la sua supplenza, tecnica e politica, sembra dare in queste settimane, da funzionario, una visione ben più politica dell’incerto Gentiloni al Paese. Ma la sua nomina ha lasciato scoperta una casella tecnica estremamente strategica, delegata alla guida dell’applicazione concreta, sul piano normativo e programmatico, dell’agenda di lungo termine dell’Unione Europea. Buti ha occupato questo ruolo dal 2008 fino alla chiamata nello staff di Gentiloni, che ha aperto la strada della sua successione all’olandese Maarten Verwey, che si starebbe impegnando a rispondere delle sue scelte direttamente a Ursula von der Leyen, marginalizzando Gentiloni in nome di un ritrovato asse “nordico” tedesco-olandese.

Verwey, che presenta posizioni più morbide rispetto al suo premier Mark Rutteè da ritenersi, secondo Il Foglio, tra i principali artefici del Recovery Fund così come è stato strutturato. Un fondo che nella concessione di “vie di fuga” ai nordici attraverso la clausola del freno d’emergenza e nell’imposizione di condizionalità politiche per prestiti e aiuti ha elementi funzionali all’interesse nazionale dei Paesi olandesi. Mentre Gentiloni appare sempre di più come un corpo estraneo dai processi decisionali europei. Lo è apparso ai grandi tavoli europei su Mes, Recovery e altri piani strategici, lo è apparso nel negoziato sugli eurobond e anche di fronte all’apertura del dibattito politico italiano sugli aiuti italiani. Più che del guadagno di prestigio, Gentiloni è l’espressione dell’irrilevanza politica del governo Conte II. Un esecutivo che in Europa è andato come in gita di piacere, incapace di schierare strategicamente i suoi uomini migliori e, laddove disponibili, retrocedendoli a posizioni più periferiche come Buti per mezzo del suo commissario nominato. Un errore per cui, certamente, non potremo incolpare i pur dannosi propositi politici dei falchi del Nord.

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