Arrivano i “panda bond” del Portogallo: Lisbona capofila in Europa

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Il Portogallo è il primo Paese dell’Eurozona ad annunciare un’emissione obbligazionaria denominata in yuan per il mercato cinese. Lisbona guarda all’Impero di Mezzo da una nuova prospettiva, quella finanziaria, che la rende apripista dell’apertura al sostegno di Pechino alle finanze pubbliche dei Paesi dell’Unione Europea.

Per Lisbona, l’obiettivo “è entrare in un mercato di grandi dimensioni, con forte liquidità”, ha spiegato Ricardo Mourinho Felix, segretario di Stato alle Finanze. L’emissione inizialmente collocata sul mercato cinese, rivolta principalmente ad investitori istituzionali, ha raggiunto il valore di due miliardi di yuan (260 milioni di euro). La Cina appare la nuova frontiera per diversificare il sostegno al debito pubblico lusitano, in calo dopo le tempeste di inizio decennio e il commissariamento della Troika da cui Lisbona è uscita abbastanza acciaccata, per poi avviare un moderato periodo di ripresa.

Ripresa certamente favorita dall’attrazione di investimenti dovuta al calo delle retribuzioni, alle nuove dinamiche salariali e al calo del valore di immobili e asset di varia natura. Tanto che, per un peculiare ricorso della storia, l’Angola, ex colonia di Lisbona, è balzata ai primi posti dei Paesi investitori nell’antico dominatore europeo. In questo contesto, scrive Il Sole 24 Ore, “il Portogallo, al pari della Grecia, è uno dei Paesi in cui la presenza degli investitori cinesi è cresciuta molto in questi anni quando, a causa della crisi, le valutazioni di molti asset si sono ridotte”. A dicembre 2018, Lisbona ha firmato un memorandum d’intesa per l’ingresso nella “Nuova Via della Seta” in cui l’emissione dei primi “panda bond” europei era considerata una priorità strategica. Ora la prospettiva si è realizzata, ma siamo solo agli inizi. L’avvio è risultato incoraggiante. Il bond triennale pagherà una cedola del 4,09% e Lisbona è riuscita a ridurre i tassi di interesse a causa di una domanda pari a tre volte la mole offerta. Pechino, dal canto suo, entra strategicamente nel debito pubblico di un Paese membro della Belt and Road Initiative.

E il caso del Portogallo rappresenta un primato per l’Eurozona, ma non per l’Unione Europea tout court, per la quale, scrive MediTelegraph, “la palma spetta a un’emissione polacca del 2016. Anche l’Austria ha siglato ad aprile un accordo con la Industrial and Commercial Bank of China per lanciare Panda bond, obbligazioni emesse in Cina da emittenti stranieri. Nel 2014, la Gran Bretagna aveva invece collocato un’obbligazione in yuan per l’equivalente di 490 milioni di dollari, ma sul proprio mercato, con l’intenzione di fare di Londra una piazza forte per lo yuan fuori dalla Cina”. Nei mesi scorsi si è fatto un gran parlare di un simile processo anche per l’Italia. Il viaggio di Giovanni Tria ad agosto 2018 e la firma del memorandum sino-italiano nel marzo scorso hanno aperto spiragli notevoli di collaborazione in tal senso, con Cassa Depositi e Prestiti che ha firmato accordi dettagliati sui “Panda Bond” con Bank of China. Il dubbio è sulla capacità della Cina di mobilitare masse critiche di investimenti a partire da esperimenti limitati come quello del Portogallo e, soprattutto, sulla tutela della sicurezza e la stabilità dei debiti. Se il problema per un debito pubblico è la quota controllata da investitori stranieri, in fin dei conti, diversificare i Paesi controllori può alleviare i rischi ma non risolverli alla radice. E i Paesi dell’Unione questo fatto devono tenerlo in considerazione.