L’inizio di giugno ha portato con sè un nuovo fronte di scontro tra il governo italiano e la Commissione europea sul tema dell’economia. Bruxelles chiama, chiedendo chiarimenti sui livelli di debito dell’Italia e sugli esiti della manovra dello scorso anno, Roma risponde, e di nuovo sembra essere di nuovo allo scorso autunno, quando tra le due capitali si aprì un duro scontro, caratterizzato da eccessi di rigidità su entrambi i fronti.

La manovra di bilancio posta in essere dal governo Conte per il 2019, già discussa ampiamente, ha senz’altro la debolezza di non prevedere al suo interno politiche di investimento, adeguati strumenti anti-recessione e consolidamenti di lungo periodo dei servizi chiave (welfare, istruzione, sanità), ma certamente anche la Commissione Europea è andata oltre il livello di guardia nelle contestazioni all’Italia. Analizzando il profilo economico dei documenti prodotti da Roma e Bruxelles in occasione delle discussioni autunnali e le nuove produzioni di questi mesi, tuttavia, lo scenario sembra prefigurare, nuovamente, una crisi aperta. Perchè è proprio l’interpretazione economica data dalle due parti a divergere, al di là dei numeri finali su deficit e previsioni di crescita che sono, fondamentalmente, una questione di facciata.

In particolare, lo scontro avviene per la diversa percezione del cosiddetto output gap. Si tratta di un concetto che ha avuto raramente notorietà nei media mainstream e nell’analisi, ma la cui comprensione è fondamentale per capire le problematiche insorte e, soprattutto, la rigidità insita in numerose regole europee. Esso misura la differenza tra il Pil reale di uno Stato e il cosiddetto Pil potenziale, ovvero quello che si misurerebbe in presenza di un pieno utilizzo dei fattori produttivi.

Braccio di ferro sull’output gap

“Dal 2011”, sottolinea Economia e Politica, “con l’introduzione del Six pack, e dal 2013, con il Fiscal Compact, i Paesi membri, per garantire la sostenibilità delle finanze pubbliche, sono chiamati a rispettare il cosiddetto Obiettivo di medio termine (Omt): esso corrisponde all’ indebitamento netto strutturale, cioè alla differenza tra le spese e le entrate dello Stato quando l’economia si trova ad operare al massimo potenziale, cioè con output gap uguale a zero. L’Omt varia da Paese a Paese ed è calcolato dalla Commissione Europea in base a diversi parametri, come il livello del PIL potenziale, i rischi di default associati al debito e all’invecchiamento della popolazione”.

In presenza di un output gap positivo un Paese dovrebbe porre in essere politiche restrittive per conseguire saldi di bilancio strutturale e uscire da una situazione di sovrautilizzazione dei suoi fattori produttivi. E il problema principale nella discussione sulla legge di bilancio dello scorso anno era legato sostanzialmente ai diversi calcoli dell’output gap effettuati dalla Commissione e da Roma.Nel report italiano la differenza tra Pil reale e Pil potenziale era segnata al livello di -0,6%mentre dal canto suo Bruxelles indicava una differenza positiva dello 0,5%. In altre parole, Roma avrebbe avuto un Pil maggiore a quello sostenibile dai suoi fattori produttivi. Come questo potesse conciliarsi con una situazione che vedeva una disoccupazione a due cifre, non è dato sapersi.

Nel nuovo anno il discorso non è cambiato. Nel corposo rapporto della Commissione sull’Italia riguardante il 2019, a pagina 15, si può vedere come la Commissione consideri per il nostro Paese credibile un output gap dello 0,3% per l’anno in corso e dello 0,8% nel 2020. Impietosamente, alla riga successiva, compaiono le previsioni di una disoccupazione nuovamente in doppia cifra.

Un sentiero troppo stretto

C’è della latente schizofrenia in tutto questo. Come si può, credibilmente, affermare che l’Italia sia in una situazione di pieno utilizzo dei fattori produttivi quando il tasso di disoccupazione è indicato al 10%? Specie se, al tempo stesso, attorno al 10% si indica anche il livello dell’indice Nawru (Not accelerating wage rate of unemployment), “il tasso di disoccupazione “strutturale” in corrispondenza del quale il tasso di crescita dei prezzi non accelera”. Come prosegue Economia e Politica, ” tasso di disoccupazione, secondo i più convinti sostenitori della teoria economica mainstream, corrisponde ad un indicatore delle condizioni strutturali ed istituzionali del sistema economico ed è ben lungi dall’essere sensibile agli andamenti ciclici dell’economia. Ergo: il suo valore potrebbe essere influenzato solo da politiche cosiddette strutturali, idonee a ridurre il grado di rigidità nel mercato del lavoro, e non può essere ridotto da misura discrezionali di politica economica”.

Si tratta di un’impostazione che è stata smentita, sia sul versante dell’output gap che su quello del Nawru, da studi empirici di studiosi esterni al mainstream: in Italia, solo per fare alcuni nomi, si segnalano Sergio Cesaratto, Riccardo Realfonzo, Pasquale Tridico, Giacomo Bracci. Ma, soprattutto, ha la sua principale confutazione nello stato di salute in cui si trovano le economie europee colpite da un’eccessiva applicazione di regole tanto stringenti e vaghe. Dietro lo scontro politico, che in condizione di output gap positivo per Bruxelles è inevitabile, vi è la volontà di applicare in maniera pedissequa e stringente regole che la realtà dei fatti ha già ampiamente superato. E in questo contesto le prospettive per una ripresa organica dell’area euro trainate da politiche di investimento e sviluppo risultano alquanto vaghe.