Dei 27 Paesi aderenti all’Unione europea, otto di loro sarebbero in grave ritardo rispetto alla scadenza fissata per lo scorso gennaio, relativamente alle riforme per contrastare il riciclaggio di denaro ed il finanziamento al terrorismo. A renderlo noto sono gli stessi alti palazzi di Bruxelles, che hanno sottolineato come Paesi Bassi, Portogallo, Cipro, Slovenia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Spagna non si siano ancora regolati alle disposizioni europee.

Come riportato da Reutersa necessità di adeguarsi a delle norme più stringenti nei riguardi del riciclaggio di denaro erano apparse evidenti dopo gli attentati del 2016 in Francia, con i terroristi che si erano mossi esclusivamente tramite l’utilizzo di strumenti di pagamento non nominali. L’Italia, già nel corso degli scorsi due anni, ha posto in essere misure volte a limitarne l’utilizzo e rendere tracciabili anche i fruitori di strumenti di pagamento anonimi, con particolare attenzione alle carte prepagate ed all’acquisto di bitcoin; mentre gli otto Paesi in questione non hanno ancora messo in atto misure volte a migliorare la situazione. Lo stesso commissario europeo Valdis Dombrovskis ha ricevuto delle forti critiche a riguardo, soprattutto dopo gli scandali legati al riciclaggio della sua Lettonia e di altri Paesi appartenenti all’unione. Le accuse nei suoi confronti sarebbero state quelle di essere troppo intransigente e di non aver adottato per tempo adeguati strumenti volti alla prevenzione e, anzi, aver favorito, volente o nolente, un rallentamento delle procedure.

L’interesse dietro a delle misure più soft

L’interesse degli Stati in questione nel non adottare per tempo strumenti volti alla prevenzione ed al controllo è individuale nella natura del proprio apparato economico e del proprio apparato fiscale, soprattutto in relazione agli altri Paesi dell’Unione. In particolar modo, minori controlli sulle transazioni e la possibilità di utilizzare metodi di pagamento anonimi favoriscono l’introduzione di denaro sporco all’interno della propria economia senza che la mossa si prefiguri necessariamente come reato. In questo modo sono state favorite anche le migrazioni delle società di holding ed operanti come off shore all’interno dei registri delle proprie camere di commercio, aumentando il Pil e dando slancio all’economia locale. Platealmente si parla di Cipro, Paesi Bassi e Portogallo e più velatamente nel caso di Ungheria e Spagna, dove la prima ha appena iniziato un programma volto ad incentivare le migrazioni di capitali dall’estero mentre Madrid è in cerca dell’assalto a Londra per quanto riguarda il settore finanziario e quello del fintech. Procedure queste che hanno danneggiato le altre economie europee, come nel caso dell’Italia cui evidenza è stata sottolineata dalla migrazione verso Amsterdam delle principali società di holding precedentemente registrate nel nostro Paese.

Fino ad oggi, l’Europa aveva sempre taciuto

Sino a qualche giorno fa, le alte sfere di Bruxelles sono sempre state restie ad affrontare l’argomento, considerando anche il numero dei Paesi interessati dal fenomeno e dagli orientamenti delle politiche economiche comunitarie. Tuttavia, i recenti scandali legati al sistema bancario – con Deutsche bank e controllate a fare da padrone – e le costanti misure volte a migliorare la tracciabilità delle operazioni hanno imposto un maggior rigore da parte dell’Europa. Tuttavia, nonostante il richiamo e nonostante la minaccia di successive sanzioni, la situazione sembra ben lontana dal potersi stabilizzare.

In primo luogo, per una questione meramente legata al bilancio delle operazioni: una multa europea, secondo i canoni attuali, non si avvicinerebbe al valore della maggior imposizione fiscale tenuta così dentro i propri confini ed alla mole di lavoro indotto prodotto dalle filiere dell’evasione e dell’elusione. In secondo luogo, per dei meri calcoli politici e legati al consenso, che potrebbero subire di un grosso impatto nella misura in cui si ripettino le volontà dell’Europa.

Il problema della concorrenza interna all’Ue

In questo modo, si configura una subordinazione alle logiche di concorrenza interna all’Unione europea. Determinate misure – come in questo caso quella sull’antiriciclaggio – non vengono attuate per paura di perdere terreno rispetto ai propri avversari economici; danneggiando però e spesso pesantemente coloro che, anche se competitors economici, sono partner internazionali. E l’Italia, sotto questa analisi, è stata proprio uno dei Paesi maggiormente danneggiati dalla pratica, con le proprie aziende migrate verso territori non solo fiscalmente convenienti ma anche più permissivi a livello di legislazione. Particolare ironico, se si considera che il nostro Paese subisce costantemente multe dovute ai ritardi nell’adeguamento, mentre per una volta che Roma è riuscita a mettersi in regola subisce la pirateria estera.

Anche se forse, più che “pirata”, il termine corretto sarebbe quello di “corsaro”: società svincolate dai vincoli europei che agiscono sotto la tutela del proprio governo, danneggiando gli avversari e portando ricchezze nelle casse dei propri protettori. Particolare, questo, che dovrebbe però essere vietato, nel pieno rispetto della libera concorrenza e del libero mercato: valori fondanti proprio dell’Unione europea; che ogni tanto, però, sembra volta lo sguardo dall’altra parte.