Il Pentagono incaricato di imporre un’accelerazione sullo sviluppo del 5G per aiutare gli Stati Uniti nella corsa contro la Cina per la rete mobile di ultima generazione? Secondo Axios l’ipotesi non è da escludere. La testata basata, come il quartiere generale delle forze armate statunitensi, nella contea di Arlington, in Virginia, ha riportato che l’amministrazione Trump avrebbe richiesto al Dipartimento della Difesa di prendere le redini della risposta alle crescenti attività di Huawei e Zte, i concorrenti cinesi fortemente sostenuti dalla Repubblica Popolare, affinchè sviluppi la rete dell’internet mobile del futuro e poi la condivida con i privati.

Mark Meadows, capo dello staff della Casa Bianca, sarebbe il principale artefice di questa strategia di massima pressione, conscio del fatto che affidandosi unicamente all’industria privata (da AT&T a Verizon) gli Stati Uniti non avrebbero possibilità di raggiungere la Cina nella definizione dei nuovi standard della rete di ultima generazione. Ed è quasi ironico sottolineare come ora dalla politica si debbano invitare le autorità di ricerca delle istituzioni militari a tornare a occuparsi di un settore a lungo di loro pertinenza: lo stimolo all’innovazione di frontiera. La Cina, che coordina dall’alto della sua strategia dirigista un piano di innovazione finanziato torrenzialmente, ha seguito le logiche ben studiate dall’economista Mariana Mazzucato nel saggio Lo Stato imprenditore, focalizzato sul ruolo che hanno giocato i fondi di venture capital e le agenzie legate al Pentagono come la Darpa nel dare agli Stati Uniti le chiavi dell’egemonia tecnologica promuovendo la nascita del big tech.

Ora i colossi del web sono perfettamente inseriti negli apparati securitari statunitensi e nelle logiche politiche della superpotenza, ma sul 5G industria, politica e mondo militare hanno voluto che nella patria del libero mercato fossero i soli privati a prendere le redini dello sviluppo, lasciando alle autorità federali il contrasto a Huawei a colpi di sanzioni, accordi con gli alleati, intimidazioni. Il tutto con risultati a dir poco in chiaroscuro. E, scrive Formiche, l’amministrazione di Donald Trump non è nuova a idee del genere: Meadows trova fondamentale che “per battere il vantaggio avanguardistico accumulato dalla Cina, la rete nazionale americana dovrebbe essere sviluppata e gestita dal ministero della Difesa. I privati delle big-tech company americane non dovrebbero essere d’accordo se si considera il precedente di due anni fa, quando la Casa Bianca fece circolare un documento in cui proponeva addirittura l’opzione della nazionalizzazione della rete, e successivamente a inizio anno quando si pensava allo sviluppo di un sistema open condiviso da tutti i grandi attori del settore”.

Gli Stati Uniti a partire dagli Anni Ottanta e la Cina nel XXI secolo hanno promosso una corsa verso l’innovazione in cui la “mano visibile” del decisore politico non ha avuto interesse ad occultarsi. Un’architettura strategica che è a trazione politica per sua stessa natura, date le grandi necessità di investimenti a fondo perduto, progettualità e coordinazione tra mondo economico, ricerca, apparati securitari e accademie, come ha studiato Alessandro Aresu nel suo saggio Le potenze del capitalismo politico,in cui la rivalità tecnologica Cina-Usa è analizzata approfonditamente.

Eric Schmidt, l’ex ad di Google ora presidente del Defense Innovation Advisory Board del Pentagono, rappresenterà un interlocutore fondamentale per qualsiasi nuova strategia di questo tipo e receentemente ha paragonato a una vera e propria tragedia l’eventualità che Huawei spiazzi gli Usa nella corsa al 5G. L’amministrazione Trump, secondo il report di Axios, avrebbe avviato un processo che trova l’opposizione dell’attuale Segretario alla Difesa Mark Esper ma potrebbe avere continuità anche in caso di successo di Joe Biden alle elezioni di novembre. Democratici e repubblicani sono concordi nel definire la Cina come principale avversario strategico, e sul terreno del 5G pubblico e dello stimolo interno agli investimenti, oltre che di riflesso su quello della riduzione dell’influenza delle aziende del big tech, Biden troverebbe senz’altro sponda nella sinistra guidata da Bernie Sanderscon la quale ultimamente i rapporti sono, per usare un eufemismo, estremamente freddi. Quel che è certo è che dopo novembre poco cambierà nei rapporti con la Cina e Huawei, che resteranno nemici degli Usa: ma per Washington avrebbe senz’altro senso riproporre il modello che ha permesso alla superpotenza di primeggiare nel mondo della tecnologia negli ultimi decenni.

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