La Cina fa l’americana e sbatte la porta in faccia a Meta, il colosso di Mark Zuckerberg che controlla Facebook, Instagram e WhatsApp e a cui è stato bloccato un affare da 2 miliardi di dollari per la scalata a Manus, un’azienda nata in Cina e spostatasi nel 2025 a Singapore, il cui software di intelligenza artificiale era finita nel mirino di Menlo Park. Meta, ha spiegato la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (Nrdc) che scrutina gli investimenti stranieri, ha ricevuto l’odine di interrompere la sua attività di acquisizione e integrazione dell’azienda target, già in larga parte in via di inserimento nel core business della parent company di Facebook.
L’affare Meta-Manus
L’azienda-target di Zuckerberg e dei suoi è un giovane campione tecnologico asiatico. “Manus è stata una delle prime antesignane di OpenClaw, che quest’anno ha conquistato la Silicon Valley e la Cina e entrambe vanno ben oltre applicazioni come ChatGPT di OpenAI, che si concentrano principalmente sull’elaborazione delle informazioni e sulla risposta alle domande”, nota il Financial Times.
Si tratta di una mossa che segna un solco ulteriore dell’adozione da parte cinese di tutto il combinato disposto di strumenti legislativi e politici, di meccanismi di pressione e coercizione e di linee di guardia economico-finanziarie finalizzato a mettere sotto il controllo dell’interesse nazionale la rotta degli investimenti stranieri in settori critici per lo sviluppo, la competitività e la sicurezza della Repubblica Popolare. I controlli all’export e lo scrutinio dell’investimento straniero rappresentano una prassi consolidata negli Usa, principalmente tramite l’operato di apparati come il Committee on Foreign Investments in the United States (Cfius), il Dipartimento del Commercio e le strutture del Tesoro, che monitorano aziende potenzialmente legate ai settori militari di potenze rivali o ad ambiti di applicazione dual use quando compiono investimenti su entità americane o provvedono a alzare il muro di fronte al rischio al trasferimento fuori dal Paese delle competenze, dei talenti e delle capacità dominanti.
La Cina fa l’americana
L’avvocato Luca Picotti, autore del saggio Le Linee Invisibili che mostra i condizionamenti giuridici e operativi della competizione di mercato nel quadro di una competizione geopolitica sempre più innervata dalla presenza di presupposti securitari sui settori economici e il capitalismo globalizzato, ha scritto su Formiche dell’evoluzione del caso cinese:
Nel giro di pochi anni Pechino riforma la legge sugli investimenti esteri, da un lato modernizzando alcune strutture, dall’altro individuando un nuovo elenco aggiornato di settori sensibili sostanzialmente chiusi a livello di national security (Foreign Investment Law 2019); adotta una nuova legge sull’export control (2020 Export Control Law); disegna una propria Unreliable Entity List (simile alle liste americane) in cui inserire le entità che danneggiano gli interessi cinesi; approva una Anti-Foreign Sanctions Law (2021), che riprende diverse logiche occidentali, sia difensive che offensive.
Nell’ultimo anno il braccio di ferro Cina-Usa si è consolidato, inoltre, con i selettivi controlli all’export di terre rare da parte di Pechino dopo che l’amministrazione Usa di Donald Trump ha imposto i dazi alla Repubblica Popolare e alla spinta a smantellare le unità computazionali di Nvidia dal settore dell’intelligenza artificiale cinese. Questo settore si sta sviluppando in maniera simmetrica a quanto Washington ha spinto affinché si facesse nella supply chain dei suoi campioni tecnologici, provando a valorizzare l’eccellenza nazionale a scapito dei prodotti importati.
DeepSeek si rilancia
Lo stop a Meta-Manus, non a caso, arriva poco dopo che il giovane campione nazionale DeepSeek ha annunciato la raccolta di 20 miliardi di dollari di capitale per investire, potenziare il personale e rompere la dipendenza dai finanziamenti esclusivi del fondatore Liang Wenfeng e, sopratutto, dopo che l’azienda ha rilasciato V4, nuovo modello di intelligenza artificiale che mira ad abbattere il prezzo e rendere commodity le capacità disponibili nei modelli più avanzati pur essendo open source.
“Per V4-Pro, DeepSeek applica una tariffa di 1,74 dollari per milione di token di input e 3,48 dollari per milione di token di output, una frazione del costo di modelli comparabili offerti da OpenAI e Anthropic”, nota la MIT Technology Review aggiungendo che ciò “lo rende un modello molto interessante per lo sviluppo di applicazioni”. Inoltre, DeepSeek inizia a aumentare la sua indipendenza dalle filiere tech americane ponendosi sempre più adatto ai chip prodotti da Huawei. Insomma, lo sganciamento cinese dalla corsa all’Ia a stelle e strisce sembra sempre più consolidata. E tra affari negati ai colossi Usa e nuove prospettive di quelli cinesi, Pechino sceglie la via della concentrazione del potere e delle scelte in mani nazionali. Facendo, sempre più, l’americana.