In tempi non sospetti, mesi prima della recente e capziosa polemica sorta sul franco Cfa su cui commentatori, politici e analisti italiani non hanno mancato di fare presenti le loro grossolane opinioni, in uno spettro di strafalcioni che parte da Alessandro Di Battista (che tra tutte le problematiche prodotte da tale unione valutaria ha toccato il tasto dell’emigrazione, quello forse ad essa meno correlata) e arriva a Matteo Renzi (le cui parole differiscono di poco da quelle di un qualunque sostenitore transalpino di Macron) il quotidiano Italia Oggi ha avuto il merito di gettare nello stagno il sasso di un tema troppo spesso taciuto. 

E lo ha fatto nell’agosto scorso per mezzo dell’ottima penna di Tino Oldani, che in maniera molto razionale e concreta ha chiarito con precisione i termini della questione. Il franco Cfa, secondo Oldani, non esaurisce il problematico rapporto tra Parigi e le sue ex colonie, ma è “il perno attorno al quale ruota l’intero sistema del controllo francese sui 14 Paesi” che lo adottano come valuta. Un mezzo, dunque, non un fine: così come lo sono sia quelle che opinionisti e personalità pubbliche poco informate sul tema e viziate dai loro pregiudizi hanno identificato come fini del franco Cfa. Il mantenimento di un regime di cambi fissi, il vincolo alla spesa e il basso livello di inflazione imposto ai Paesi africani e lo stesso controverso tema dell’impoverimento generale dei loro mercati interni, infatti, sono intrinseci a un più ampio sistema politico.

Il franco Cfa, insomma, non sarebbe nulla senza le sue conseguenze materiali e legali, senza le obbligazioni più profonde che aumentano la proiezione di Parigi nel continente africano. “Tra i numerosi vincoli imposti dagli accordi sul franco Cfa”, notava Oldani, “vi è anche il ‘primo diritto’ per la Francia di comprare qualsiasi risorsa naturale scoperta nelle sue ex colonie. Da qui il controllo di Parigi su materie prime di enorme valore strategico: uranio, oro, petrolio, gas, caffè, cacao. Soltanto dopo un esplicito ‘non interesse francese’, scatta il permesso di cercare un altro compratore. Ma attenzione: i maggiori asset economici di tutte le 14 ex colonie sono in mano a francesi che si sono insediati da tempo in Africa, diventando miliardari a palate”. 

Il volto più noto, in Italia, è sicuramente quello di Vincent Bollorè, padrone di un impero della logistica che ha il suo cuore nel Golfo di Guinea. Ma non c’è solo lui. La radio pubblica tedesca, Deutschlandfunk, ha avviato un’inchiesta sul franco Cfa portando avanti un’iniziativa ovvia, ma che ha trovato poco riscontro nelle testate nazionali: chiedere l’opinione di economisti e esperti del settore africani. Appartenenti alle società di quei Paesi di cui nel nostro Paese si discute per partito preso. La stessa Italia Oggi ha ripreso l’analisi di Deutschlandfunk, portando in emersione particolari a dir poco emblematici: il diritto di prelazione di Parigi riguarda “non solo le fonti energetiche fossili come il petrolio, il gas e il carbone, ma anche quelle più rare e di maggiore valore attuale, come l’ uranio, il torio, il litio e il berillo. […] Il caso più clamoroso, racconta la radio tedesca, è quello del Niger: qui il gruppo industriale Orano, ex Areva, controllato dallo Stato francese, estrae notevoli quantità di uranio, sufficienti per coprire il 40% della domanda proveniente dalle centrali nucleari francesi che producono elettricità. Il tutto pagando un prezzo che è circa un terzo di quello di mercato. ‘E il Niger è uno dei Paesi più poveri al mondo'”, commenta la radio tedesca. “È probabilmente l’esempio più estremo dello sfruttamento previsto dai trattati che la Francia ha imposto alle sue ex colonie, in cambio della loro indipendenza. Ma il principio di fondo è lo stesso in tutti i paesi interessati”.

Tutto questo si aggiunge a una completa depressione delle economie locali per fini che non riguardino la mera esportazione. Il regime di cambi fissi danneggia le prospettive della piccola e media imprenditoria dei Paesi africani aderenti al franco Cfa, che hanno scarse possibilità di accedere al credito necessario per avviare attività imprenditoriali. Nelle ex colonie francesi, ad esempio, ci sono alcune delle zone di produzione del cotone più importanti al mondo. Eppure non esiste un’ industria tessile locale indipendente: neanche il 10% del cotone locale viene lavorato sul posto. I grandi economisti che hanno studiato le problematiche connesse alla povertà, su cui spiccano Abhijit Banerjee e la moglie Esther Duflo, hanno più volte indicato come nei Paesi meno sviluppati sia proprio la difficoltà nell’accesso al credito o agli strumenti di partenza per l’attività d’impresa a determinare il mantenimento di ampie sacche di disuguaglianza ed economia informale. Contrapposte, nel caso dei Paesi africani, alle sfavillanti ricchezze che i grandi gruppi transalpini acquisiscono a prezzi di favore sfruttando le clausole collaterali all’adesione del franco Cfa.

E questo ci ricorda la grande lezione di Thomas Sankara, che poco prima di essere ucciso, nel 1987, aveva indicato la via maestra per l’autonomia economica dell’Africa: “Facciamo in modo che il mercato africano sia il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo”. Parole semplici che nascondono implicazioni profonde: la migliore garanzia per quel “diritto a non emigrare” enunciato negli scorsi anni da Benedetto XVI, la risposta più adatta a una storia di dipendenza che non si è interrotta con la fine del colonialismo. E di cui il franco Cfa è il volto più ambiguo. Non causa diretta, ma mezzo essenziale. Funzionale alle èlite dei Paesi membri dell’unione monetaria e armate da Parigi, meno ai loro popoli.