C’era una volta la locomotiva d’Europa. Le previsioni per l’economia globale nell’anno in corso, pubblicate dall’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza Economica (Ocse), certificano la stagnazione dell’economia della Germania, seconda peggiore economia tra i membri del club dei Paesi più avanzati sia nel 2024 che nel 2025.
La Germania fanalino di coda per crescita
Lo scorso anno, l’Ocse ha sottolineato che il Pil reale di Berlino si è contratto dello 0,2%, unica economia del club in recessione assieme all’Argentina (-1,8%), mentre nel 2025 la Germania sarà ancora penultima (+0,4% di crescita) davanti al solo Messico (-1,3% di recessione prevista) in un contesto di grande rallentamento generalizzato dell’economia internazionale, trainata solo dal terzetto Cina, India e Indonesia a mantenere livelli di crescita superiori al 3% su scala globale.
La Germania resta dietro anche agli anemici partner occidentali: Italia (+0,7% del Pil nel biennio) e Francia (+1,1% e +0,8%) contribuiscono a una generale performance sotto-ottimale dell’area euro. E da questi dati partierà Friedrich Merz, aspirante cancelliere pronto a costituire il suo Governo e a riportare l’Unione Cristiano-Democratica (Cdu) al potere dopo quattro anni di traversata del deserto all’opposizione.
La Germania langue perché è andato in stallo il suo modello industriale e, assieme ad esso, la sua strategia di sviluppo sul lungo periodo: saltata per la guerra in Ucraina la disponibilità di gas russo a basso prezzo, ridottasi per la crescente concorrenza cinese in molti settori la quota di export, emerso un dualismo nei rapporti con gli Stati Uniti tra alleanza geopolitica e sostanziale conflittualità economica, la nazione centrale in Europa è andata in testacoda.
Il simbolo di questa crisi è stata la caduta sistemica di Volkswagen, simbolo della manifattura tedesca e dell’automobile che ne è stata a lungo il simbolo. Merz assumerà il potere in coalizione con il Partito Socialdemocratico (Spd) ereditando questa crisi strutturale che Angela Merkel non ha saputo prevenire e Olaf Scholz non ha potuto curare.
Il riarmo per sostenere l’economia?
La soluzione alla stagnazione è individuata nell’attivazione del “bazooka” della spesa pubblica: 500 miliardi di euro di spesa pubblica in deficit in infrastrutture e altrettanti per potenziare la difesa, La Russia e Vladimir Putin da un lato, il disimpegno americano dall’altro, visti come volano su cui basare il “keynesismo militare” e rendere accettabile la spesa pubblica in deficit per spingere al rialzo Pil, produzione industriale, occupazione. In un certo senso, parliamo della camaleontica metamorfosi di un sistema per provare a continuare a prosperare in un mondo di sfide e competizioni sempre più strutturate.
Ma giocare con la sicurezza europea e con le tensioni globali per risolvere una problematica economica è davvero la scelta più lungimirante? Nel 2026 l’Ocse certifica che il Pil tedesco, spinto dalla spesa pubblica, salirà a +1,1%. Una crescita che resterà comunque un sesto di quella indiana, prima al mondo per slancio, un quarto di quella cinese e poco meno della metà della Spagna nuova locomotiva d’Europa, che con un robusto +2,1% sarà il Paese di punta dell’area euro. Tutto questo senza allarmismi o catastrofismi di sorta: una lezione anche per Berlino che deve ridefinire, ma non stravolgere, il suo modello. E sta forse accelerando eccessivamente nel cavalcare l’ennesima emergenza per uscire dalle secche economiche ove si trova.

