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Dopo l’Africa, l’America Latina. La Cina è pronta a dirottare i suoi investimenti miliardari a pochi passi dal confine con gli Stati Uniti, in quello che molti chiamano “cortile di casa degli Usa”. Si tratta di una semplificazione, certo, ma è anche un dato di fatto, visto che, dai tempi della dottrina Monroe, la regione latinoamericana è considerata da Washington una specie di propria proiezione geografica.

Quei tempi sono in parte cambiati, o per lo meno sono stati messi in discussione, a partire dagli anni Duemila, con l’avvento globale di Pechino. Il gigante asiatico ha iniziato ad espandersi nell’economia globale, fino a diventarne parte integrante. Per farlo ha dirottato le sue immense riserve di denaro – accumulate in primis grazie alle delocalizzazioni oltre la Muraglia delle multinazionali occidentali – nell’acquisto, all’estero, di aziende chiave e in vari investimenti strategici. I primi hanno chiamato in causa per lo più i Paesi sviluppati (in primis Europa e Stati Uniti), mentre i secondi hanno riguardato i cosiddetti Paesi in via di sviluppo (dall’Africa al sud-est asiatico passando, appunto, per l’America Latina).

L’annuncio della Belt and Road Initiative (Bri), nel 2013, ha dato una forma più organica alle mosse cinesi, facendo confluire i numerosi progetti avviati nel maxi piano infrastrutturale del gigante asiatico. Se è vero che la Bri è nata per “avvolgere” principalmente Europa e Africa, allo stesso tempo i suoi influssi sono ben presto diventati visibili anche altrove. In Asia, ma soprattutto in America Latina.

Con la pandemia di Covid-19 e le nuove tensioni tra blocchi – Usa ed Europa da un lato, Russia dall’altra – per la Cina è diventato sempre più complicato fare affari di rilievo, tanto nel Vecchio quanto nel Nuovo Continente. È anche per questa ragione, dunque, che Pechino ha pensato di rilanciare lo spirito della BRI, riadattandolo al contesto attuale, nella regione africana e in quella latinoamericana.

Possiamo quasi affermare che la Belt and Road, che inizialmente doveva legare commercialmente Cina ed Europa, si sta trasformando in un volano di crescita a garanzia dello sviluppo economico di Africa e America Latina. Due regioni con mercati non ancora ricchi ma, nel medio lungo periodo, vere e proprie galline dalle uova d’oro. E non solo per le loro posizioni geografiche.



Il momento dell’America Latina

Basta una cifra per sottolineare la rinnovata importanza della regione latinoamericana per la Cina: nel 2022 Pechino ha investito 8,4 miliardi nell’Unione europea, 4,7 negli Stati Uniti e dai 7 ai 10, a seconda delle stime, tra America Latina e Caraibi (LAC). Perché proprio qui?

Innanzitutto c’è un discorso economico. Gli asset latinoamericani, semplicemente, sono meno costosi rispetto a quelli presenti in altri contesti globali, e questo attira gli investitori cinesi (leggi: le grandi aziende di Stato). Nel prossimo futuro, accanto alle infrastrutture, i prodotti di consumo, l’intrattenimento e il mercato dei giochi online locali potrebbero ulteriormente ingolosire la Repubblica Popolare Cinese, in quanto settori meno sensibili dal punto di vista politico e della sicurezza nazionale dei singoli Paesi.

Arriviamo poi al tema energetico. La Cina ha speso miliardi nel campo energetico latinoamericano, e la tendenza dovrebbe continuare a crescere, di pari passo, con l’aumento dell’attenzione internazionale sul tema della transizione green e della crisi energetica. Si segnalano già accordi degni di nota, tra i quali l’acquisizione dal valore di 3,59 miliardi di dollari da parte di China Yangtze Power delle attività peruviane di Sempra Energy, nel 2019, e l’investimento della China’s State Power Investment Corporation nelle centrali elettriche a gas naturale liquefatto dell’azienda brasiliana Gas Natural Acu.

A proposito del Brasile, questo Paese è il più grande mercato per fusioni e acquisizioni cinesi dell’America Latina. Con ogni probabilità continuerà a esserlo, ma è lecito attendersi un aumento delle operazioni cinesi in Argentina, Cile, Colombia, Messico e Perù.

Last but not least, Pechino è interessata all’acquisizione delle risorse naturali presenti in abbondanza nella regione. In generale, la sensazione è che l’America Latina, grazie al suo vasto potenziale nelle energie convenzionali e rinnovabili, possa presto tornare a essere una regione “calda” per gli investimenti. Non solo cinesi, ma anche per quelli provenienti da altre parti del mondo. Se così sarà, il Dragone partirà ancora una volta in vantaggio. Proprio come accaduto in Africa.

Fiumi di denaro e infrastrutture strategiche

La Cina non fa beneficenza. Ogni investimento di Pechino, come è logico che sia, risponde a logiche interne ben precise. A logiche di guadagno – che talvolta consentono anche ai partner di ottenere vantaggi – e pure a logiche geopolitiche.

Prendiamo il caso della Colombia, sulla carta un alleato chiave degli Stati Uniti. Ebbene, le aziende cinesi stanno investendo fiumi di denaro a Bogotà e dintorni, dove nessuno – o pochissimi – erano interessati a investire. Nella capitale colombiana, in particolare, è attivo un progetto per la costruzione della metropolitana. Prendiamo adesso il Brasile: all’inizio del 2022 l’ottava casa automobilistica più grande della Cina, Great Wall Motors, ha rilevato uno stabilimento Daimler a San Paolo, già catena di montaggio di Mercedes Benz. Nel 2016 Citibank ha parzialmente lasciato il Paese vendendo la sua divisione di credito al consumo a Itau. La Industrial and Commercial Bank of China si era trasferita in Brasile tre anni prima.

Il copione è evidente: Pechino ha puntato, prima degli altri e con rischi enormi, sull’America Latina come in precedenza aveva fatto sull’Africa. I frutti della programmazione cinese potrebbero presto iniziare a sbocciare.

Al termine dello scorso ottobre, l’America Latina ha registrato il maggior numero di progetti Bri sulla piazza, per lo più progetti di sviluppo infrastrutturale finanziati dallo Stato cinese. I numeri parlano di circa 5,3 miliardi di dollari di capitale, la metà dei quali ha preso la strada che porta verso il Messico. Da queste parti prenderà forma un progetto ferroviario da 2,16 miliardi di dollari a Guadalajara. Il 24 ottobre 2022 China Railway Construction Corporation (Crcc) ha annunciato che un consorzio comprendente Mota-Engil Mexico e Crcc Hong Kong si era aggiudicato un contratto per la costruzione della linea 4 della metropolitana leggera per il sistema di trasporto ferroviario urbano di Guadalajara.

Pochi giorni prima, il 19 ottobre, l’Istituto federale delle telecomunicazioni del Messico ha concesso una licenza operativa di 30 anni a China Unicom, una società di telecomunicazioni di proprietà statale cinese alla quale, nel gennaio 2022, è stato vietato di fare affari negli Stati Uniti per problemi di spionaggio nel gennaio 2022. China Unicom fornisce quindi i servizi nei mercati della telefonia fissa e mobile in Messico, al confine con il territorio statunitense.

E poi ferrovie, porti, strade, tunnel, metropolitane: l’elenco è lunghissimo e riguarda praticamente ogni Paese della regione. Per capire il peso della presenza cinese in loco, dal 2005 ad oggi la China Development Bank e la China Export Import Bank hanno fornito impegni di prestito per oltre 138 miliardi di dollari a Paesi LAC e ad aziende statali locali.

Scendendo, infine, nel dettaglio degli scambi commerciali, la Cina esporta prevalentemente in America Latina prodotti di elettronica (il 28,9 miliardi di dollari in Messico, 12,9 in Brasile, 6,68 in Argentina e 5,26 in Cile), tessili (2,69 in Messico, 2,95 in Cile e 2,67 in Brasile) e chimici (3,76 in Brasile e 1,32 all’Argentina) ed importa soia (20,3 miliardi dal Brasile, 2,41 dall’Argentina), petrolio (7,4 dal Brasile, 5,4 dal Venezuela e 1,6 dalla Colombia), oro e metalli (10,6 dal Brasile, 14,49 dal Cile e 8,25 dal Perù).

Intanto il fiume di denaro che sta cambiando volto all’America Latina, rendendola un ambiente favorevole al business cinese, nonché un trampolino di lancio per colpire da vicino gli Stati Uniti, è sempre più imponente.  

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