Gli Stati Uniti proseguono il serrato confronto con l’Iran introducendo nuove sanzioni contro Teheran. Dopo la decisione del governo iraniano di rispondere all’omicidio mirato del generale Qasem Soleimani ad opera di un drone americano con l’inserimento di tutte le forze Usa nella lista delle organizzazioni terroristiche e la blanda rappresaglia missilistica contro le basi in Iraq la contromossa di Washington non si è fatta attendere.

Le nuove sanzioni all’Iran

Per bocca del Segretario di Stato Mike Pompeo e del responsabile del Tesoro Steven Mnuchin, gli Usa hanno annunciato sanzioni contro otto figure chiave e diciassette aziende controllate dal governo iraniano. Tra gli individui sanzionati Ali Shamkhani, segretario del consiglio di sicurezza nazionale, figura chiave dell’establishment iraniano, e Gholamreza Soleimani, il comandante dei Basiji, una delle cinque unità costituenti le Guardie della Rivoluzione.

Prosegue, al contempo, la stretta sulle industrie strategiche iraniane ad opera degli apparati di Washington. “Dopo aver soffocato le esportazioni di petrolio, crollate dai 2,5 milioni di barili al giorno a circa 250 mila, gli americani ora puntano a tagliare il resto dell’export”, fa notare il Corriere della Sera, “punendo le società straniere che acquisteranno materie prime o semilavorati dalle ultime realtà ancora vitali, come la Mobarakeh Steel Company, il più grande produttore di acciaio del Medio Oriente o la Iran Aluminium Company, che copre il 75% dell’offerta di alluminio”.

Gli effetti sull’export

La realtà circa le sanzioni statunitensi è che esse impattano su quel poco che rimane da colpire nella proiezione economica internazionale dell’Iran.

Nel 2018, dopo la ripresa delle sanzioni statunitensi, l’Iran ha conosciuto un acuirsi della dura crisi economica che sta colpendo il Paese dopo i primi periodi positivi nell’era di Hassan Rouhani. La crisi si fa sentire principalmente per fattori interni al Paese. Tuttavia, anche l’esclusione dai mercati internazionali si è fatta senire.

L’Italia, in tal senso, ha già rinunciato a importare petrolio iraniano privandosi del 95% del flusso economico in entrata dalla Repubblica islamica. Sembrano lontani secoli i mesi del 2015 e del 2016 in cui Sace pubblicava il rapporto “Alla rincorsa del tempo perduto” e in cui Matteo Renzi accoglieva con tutti gli onori Hassan Rouhani a Roma.

Nel 2018 a uscire dal Paese mentre si prospettavano le prime sanzioni di Donald Trump erano state Pininfarina, che ha annunciato la sospensione di un contratto da 70 milioni, ed Eni, che ha chiarito di avere chiuso tutto il pregresso e non avere più obiettivi di investimento in Iran. Complessivamente, l’interscambio Italia-Iran si è ridotto dai 5,1 miliardi di euro nel 2017 ai 4,6 del 2018 per poi precipitare l’anno scorso dopo che le sanzioni americane sono giunte a piena maturazione.

Come ha fatto notare Il Corriere Economia, “Di fatto il Paese è isolato finanziariamente. Il sistema di interscambio tra banche Swift non funziona e i tentativi di mettere in piedi un sistema alternativo non hanno avuto successo. Di conseguenza i pagamenti avvengono con difficoltà o devono essere conclusi attraverso triangolazioni con Paesi terzi come Cipro o Dubai, con rischi significativi tali da scoraggiare iniziative imprenditoriali per timore di ritorsioni sul mercato degli Stati Uniti. Insomma, con effetti extraterritoriali effettivi per chi vuole mantenere buoni rapporti con gli Usa”. La tendenza è dunque quella che lascia presagire un sensibile peggioramento. Per quanto a pagare il prezzo più caro delle sanzioni saranno i cittadini iraniani.

Il peso delle sanzioni

Ha scritto Alberto Negri: “in Iran su 80 milioni di abitanti la metà ha meno di 30-35 anni. Tanti i giovani e i disoccupati: circa il 40-50% sotto i 30 anni non trova lavoro o un’attività soddisfacente, non riesce a uscire fuori di casa e a sposarsi”. La sclerotizzazione dell’economia attorno alla dipendenza del petrolio, la mancanza di prospettive per le generazioni più giovani, la debolezza del potere d’acquisto della locale valuta (il rial) c’entrano poco o nulla con le sanzioni Usa, che però impattano su un terreno già “dissodato”. Colpendo le fasce più vulnerabili della popolazione, un fatto che non aiuterà ad aumentare la simpatia iraniana verso gli Stati Uniti.

L’accentramento del potere economico in mano a fasce dell’alto clero sciita, delle corporazioni legate al governo (bonayad) e ai militari gravitanti attorno ai Pasdaran, dunque, porterà la grande maggioranza della popolazione iraniana a pagare il conto di sanzioni progettate per impattare sulla leadership del Paese. L’ipotesi di uno scenario alla cubana, con gli Stati Uniti intenti in un embargo controproducente sul piano geopolitico e strategico, su scala molto maggiore non è da escludere. Nonostante le sanzioni l’Iran continua ad avere, come ricorda Il Mattino, “un ottimo sistema scolastico e universitario, è uno dei paesi che ha il più alto numero di laureati al mondo (e si tratta di laureati di buona qualità) ed è all’avanguardia in alcuni servizi sociali, soprattutto quello sanitario”.

Cosa può succedere

La rete di protezione tessuta dalla Repubblica islamica in funzioni anti-sanzioni, per ora, non si è frantumata, per quanto le proteste di fine 2019 segnalino un’esasperazione crescente del disagio legato al carovita, al calo del potere d’acquisto e all’insicurezza per l’acquisto di generi alimentari che nemmeno i risultati positivi in materia di sanità e istruzione possono completamente cancellare.

Per l’Iran la speranza contro il nuovo raid economico statunitense sta nella volontà dei Paesi più interessati ai suoi asset economici, in sostanza Cina e India, di non conformarsi alle nuove sanzioni di Washington. Il Paese non è una pentola a pressione pronta a esplodere, ma i presupposti non sono certamente quelli dell’epoca degli accordi tra Rouhani e Barack Obama. Ma questo non significa che le sanzioni siano in questa occasione, dopo non esserlo mai state in passato, un asset geopolitico a favore della strategia Usa. Il precedente della Cuba castrista, ancora in piedi dopo sei decenni di embargo, dovrebbe insegnare molto ai decisori di Washington.

Paesi come l’Italia, in prospettiva, non toccano palla nella decisione degli equilibri: la geopolitica vince sull’economia. Le relazioni commerciali saranno gradualmente sacrificate al nuovo imperativo statunitense di contenere gli Usa: la scelta di campo è un dato di fatto che può piacere a meno, ma che influenza concretamente le relazioni internazionali. E l’isolamento dell’Iran dai mercati globali lo testimonia.

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