Il dollaro è forse il più tangibile simbolo della supremazia statunitense nell’economia e nella politica internazionale. Divenuto moneta di riferimento degli scambi, unità di conto di riferimento per i cittadini di buona parte del mondo e strumento politico di cui Washington non manca di servirsi (come dimostrato nel recente caso Huawei) per condizionare l’operato di alleati e rivali, il dollaro è moneta a sè rispetto alle altre divise, in quanto le sue fluttuazioni originano quelle dell’intero mercato monetario globale e il governo di Washington e gli apparati economici (Fed in testa) regolandone i flussi condizionano in maniera determinante gli equilibri aggregati.

Negli ultimi anni, tuttavia, il dollaro non appare più inscalfibile. L’ascesa della Repubblica Popolare Cinese ad attore di rilevanza globale ha spinto Pechino a promuovere in maniera crescente il ruolo della sua valuta, lo yuan, negli scambi internazionali. Dapprima incassando, nel 2016, il suo ingresso nel paniere del Fondo Monetario Internazionale. In seguito, lanciando il petro-yuan come valuta utile per gli scambi di prodotti e materie prime energetiche nei mercati internazionali.

Lo yuan lancia un segnale

Negli ultimi anni, sottolinea Business Insider, bisogna registrare che “il calo ai minimi del 2013 della quota percentuale di moneta statunitense all’interno delle riserve centrali è corrisposto con l’aumento massimo di quella relativa allo yuan cinese. La quale, come anticipato, resta a un minimo dell’1,9% del totale contro il 61,7% di quella statunitense ma è raddoppiata negli ultimi due anni. Di più, la valuta cinese ha visto aumenti della sua quota parte negli ultimi cinque su sei trimestri, mentre quella statunitense ha registrato dieci cali trimestrali negli ultimi dodici. Segnali chiari, soprattutto in tempi di guerra commerciale fra i due giganti”.

Le prospettive dello yuan

I margini maggiori per l’espansione dello yuan vengono proprio dal suo utilizzo in campo energetico per contratti di fornitura o futures denominati nella valuta cinese, che permettono alle imprese della Repubblica Popolare di acquistare petrolio e gas nella loro valuta, evitando in questo caso l’esposizione alla fluttuazione delle divise straniere e, al tempo stesso, aggirando eventuali sanzioni statunitensi contro Paesi esportatori come Russia, Iran e Venezuela, non a caso tra i più interessati alle mosse cinesi. Il fatto che il Dipartimento della Giustizia di Washington abbia colpito Huawei proprio per il suo presunto utilizzo di dollari nel commercio con l’Iran invita la Cina a proseguire su questa strada che sottrarrebbe i suoi giganti economici dalla vigilanza a stelle e strisce.

Come sottolineato dal South China Morning Post, “il fatto che la Cina sia il più grande importatore di petrolio al mondo e la potenza manifatturiera e commerciale dominante sposta la bilancia verso l’internazionalizzazione del petro-yuan e di iniziative simili. Se la Cina saprà respingere i contrattacchi statunitensi, i suoi sforzi prepareranno il terreno per l’emergere di un mondo multipolare anche in campo finanziario”.

La chiave di volta: l’Arabia Saudita

Un Paese che potrebbe giocare un ruolo fondamentale nell’ampliare la velocità di transizione è l’Arabia Saudita. Alleata geopolitica di Washington che però è intenta al tempo stesso in un braccio di ferro con gli Stati Uniti per l’opposizione dell’amministrazione Trump al cartello petrolifero dell’Opec.

Negli Stati Uniti è attualmente in discussione una legge che consentirebbe al governo federale di portare avanti cause antitrust contro l’Opec. Se così fosse, l’Arabia Saudita potrebbe accelerare la sua politica orientale, già rafforzata dalla presenza della Cina in vetta ai compratori del petrolio di Aramco. “Ed è per questo”, sottolinea StartMag, “che Riad aveva già discusso della possibilità di passaggio dal dollaro statunitense ad altre valute in circoli sauditi di alto livello e che tale possibilità era stata anche condivisa con funzionari governativi statunitensi del dipartimento dell’Energia”.

Dollaro in affanno anche nei pagamenti

Il dollaro, d’altro canto, sta perdendo rilevanza anche nel terreno dei pagamenti internazionali, tanto che nel sistema Swift la sua quota di maggioranza relativa, pari al 39%, è ora insidiata dall’euro, arrivato al 35%. Nonostante tutte le sue criticità, la moneta europea non perde affatto quota e, anzi, beneficia della crescente spinta di mercati e Paesi emergenti a ridurre la dipendenza dal biglietto verde. La reazione degli Stati Uniti è, in questo contesto, molto diretta: sfruttando la scarsa rilevanza geopolitica dell’Europa come soggetto autonomo, Washington mira a compattarla nel suo schieramento e a indirizzarla verso la contrapposizione alla Cina invocando la scelta di campo anti cinese, come dimostrato sul caso Huawei, ma non solo.

L’Europa tra incudine e martello

In questo contesto, anche la dura reazione statunitense per l’adesione Italiana al memorandum sulla “Nuova Via della Seta” può essere affrontata per mezzo di una chiave di lettura diversa. Washington, sottolinea Il Sussidiario, “teme che la Cina divenga acquirente del nostro debito pubblico, trasformandosi in prestatore di ultima istanza (di fatto, macchina salvavita a cui saremo attaccati) di un Paese geopoliticamente strategico e fondatore dell’Ue. Qui non c’entrano contratti più o meno miliardari, non c’entra l’idea di operare come Unione o come singolo Paese, quasi fossimo partecipanti a una gara di tutti contro tutti: qui stanno mutando gli scenari globali sotto i nostro occhi. E a un grado di velocità che appare spaventoso”.

In questo clima di mutamento continuo, la moneta è strumento di confronto geopolitico e trascende la sua importanza economica. La fiducia sulla tenuta di una grande potenza diviene un asset, e lo testimonia la nuova corsa all’accumulazione di oro che coinvolge le diverse banche centrali, tra cui anche quella di una Cina profondamente impegnata a diventare protagonismi dei nuovi equilibri. Mentre l’Europa, nonostante tutte le potenzialità che la caratterizzano, rimane oggetto e non soggetto di questi cambiamenti. Troppo persa nel mito della razionalità dell’economia per ricordare che essa è, in primo luogo, una manifestazione politica. Che genera i rapporti di forza di cui bisogna necessariamente tenere conto quando a scontrarsi sono i pesi massimi.