Donald Trump ha parlato enfaticamente dell’obiettivo di condurre in porto “novanta accordi in novanta giorni” dopo aver varato il maxi-piano daziario del 2 aprile scorso, in larga parte presto congelato per far spazio a negoziazioni con i partner commerciali degli Usa. Obiettivo chiaro quello del tycoon: sostituire le negoziazioni bilaterali al sistema multilaterale per far maggiormente pesare i rapporti di forza favorevoli agli Usa su ogni teatro. Esercizio complesso da trasmettere in breve termine sotto forma di accordi commerciali a tutto campo ma che va letto anche alla luce della grande strategia geopolitica degli Usa per plasmare un nuovo ordine internazionale.
Per Scott Bessent, segretario al Tesoro di Trump, la priorità non sembrerebbe essere quella di siglare partnership su prodotti, servizi e altre regole commerciali ma dare una linea d’indirizzo sul fatto che il mondo è cambiato e l’America agirà di conseguenza.
“Gli Stati Uniti stanno intervenendo ora per riequilibrare il commercio globale”, ha detto Bessent il 23 aprile parlando davanti all’Institute of International Finance e aggiungendo che per l’azione di attori rivali come la Cina le istituzioni finanziarie internazionale sono state deviate dal loro ruolo equilibratore perché “per decenni, le amministrazioni che si sono succedute si sono basate su presupposti errati, ovvero che i nostri partner commerciali avrebbero attuato politiche volte a promuovere un’economia globale equilibrata. Invece, ci troviamo di fronte alla cruda realtà di ingenti e persistenti deficit statunitensi, conseguenza di un sistema commerciale iniquo”.
L’imperativo strategico di Washington
In sostanza, per gli Usa decapitare il deficit commerciale è funzionale a riequilibrare non solo la bilancia dei pagamenti sull’asse import-export ma anche quella complessiva che passa per debito, deficit e rapporti valutari. Un vasto programma che esula dal tema delle sole tariffe e diventa vero e proprio imperativo strategico per Washington, chiamata a convocare a raccolta tutti quei Paesi ritenuti aperti a ridiscutere le regole del commercio e della competizione economica globale.
Per Washington le barriere da superare sono quelle alle aziende, ai beni (e servizi) americani, alla finanza a stelle e strisce, e soprattutto i giochi di sponda geopolitici ed economici tra le due rive del Pacifico. Si va verso un mondo dove gli Usa chiederanno di scegliere tra loro e la Cina in settori critici, a partire dalla tecnologia, usando la leva dei dazi come prospettiva di pressione crescente? Plausibile. I “novanta accordi” di Trump forse non si avranno in novanta giorni ma restano l’obiettivo: America First, nella gerarchia economico-commerciale e in quella della potenza. Per ragioni commerciali, certamente. Ma anche e soprattutto per imperativi geopolitici. Questo il proclama. Dai fatti, nei prossimi mesi, lo giudicheremo.
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