Diventa fotoreporter IMPARA DAI PROFESSIONISTI

Manca oramai pochissimo al completamento del raddoppio del gasdotto Nord Stream che connette Germania e Russia permettendo alle forniture di Gazprom di raggiungere direttamente il suolo tedesco bypassando gli alleati Nato ed Ue di Berlino con la più decisa postura antirussa: Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia. Nord Stream 2 è da anni l’oggetto del contendere di un’accesa questione geopolitica e diplomatica tra Germania, Russia e Stati Uniti, con Washington che ha mostrato una salda continuità di vedute nelle amministrazioni di Barack Obama, Donald Trump e Joe Biden nel definire un pessimo accordo per Berlino e l’Europa l’inaugurazione di un’opera che rafforza il ruolo di Mosca nel mercato energetico europeo e ridimensiona le prospettive di Washington di esportare massicciamente il gas naturale liquefatto a stelle e strisce nel Vecchio Continente.

Nord Stream 2 è stato voluto fermamente da Angela Merkel Vladimir Putin, secondo un principio di realismo geopolitico che è andato oltre divisioni, anche gravi, come quelle legate al meccanismo di sanzioni e controsanzioni della questione ucraina. E ora il gasdotto è all’ultimo miglio e la sensazione è che, negli ultimi mesi del mandato della Cancelliera, la sua realizzazione sia andata troppo oltre perché si possa recedere. Mancano appena 150 km di tubature da posare per collegare l’hub della città russa di Vyborg, nella Carelia, con il terminale ubicato nella città tedesca settentrionale di Greifswald. E nonostante i rallentamenti imposti dalle sanzioni che gli Usa hanno promosso a partire dal dicembre 2019 in avanti e il Covid-19 Germania e Russia stanno procedendo. Il 15 gennaio scorso il consorzio Nord Stream 2, formato da un’ampia costellazione di società (la tedesca Uniper, la controllata Basf Wintershall, l’olandese Shell, l’austriaca Omv e la francese Engie) ha informato l’Agenzia danese per l’energia che il 6 febbraio 2021 sarebbero ripartiti i lavori di posa nelle acque danesi di due tratti paralleli paralleli incompiuti, rispettivamente di 49 e 68 chilometri nei pressi dell’isola di Bornholm, soggetta alla sovranità di Copenhagen.

“Il lavoro”, ha scritto su StartMag l’analista Gianni Bessi, “è attualmente svolto nel Mar Baltico con un gruppo di navi di supporto: il construction vessel Baltic Explorer, l’offshore supply ship Umka e la rompighiaccio supply vessel Yury Topchev unitamente ad una mezza dozzina di navi supporto con bandiera russa” e alla velocità attuale di posa (circa 500 metri di tubature al giorno) in otto-nove mesi il lavoro potrebbe essere completato. Nord Stream 2, dal valore di 11 miliardi di euro, è un tassello fondamentale per le strategie energetiche di Russia e Germania, che proprio nella finestra compresa tra la sconfitta elettorale di Trump a novembre e l’ascesa di Biden a gennaio hanno intensificato i lavori e la sinergia. Vegliata dall’esterno dall’ex cancelliere ed amico personale di Putin, Gerhard Schroeder, leader socialdemocratico che aumenta in Germania la spinta bipartisan al completamento dell’opera.

A gennaio, a pochi giorni dalla fine del suo mandato, Trump ha imposto nuove sanzioni contro Nord Stream 2. Biden, insediatosi alla Casa Bianca, ha criticato per mezzo della sua portavoce Jen Psaki l’accordo definendolo un “cattivo affare” per l’Europa ma sembra destinato a ingoiare il rospo del completamento dell’opera. Un nuovo irrigidimento seguito allo screzio diplomatico avuto con Vladimir Putin nella giornata del 17 marzo ha portato Washington a annunciare, con toni “trumpiani”, sanzioni a pioggia sui soggetti coinvolti. Un vecchio mantra che ci riserviamo di vedere applicato nei prossimi mesi. Ma che de facto si scontra con la consapevolezza da parte degli Usa di poter andare incontro a una sconfitta su Nord Stream.

La volontà di rafforzare l’egemonia strategica statunitense sull’Europa, ragionano a Washington, non può essere messa a repentaglio da singole azioni problematiche come le rappresaglie contro un gasdotto che, in caso di abbandono, metterebbe all’angolo un governo alleato come quello tedesco. Meglio per Biden puntare sul rafforzamento della partnership de facto con Berlino e gli altri alleati contro il nemico numero uno di Washington, la Cina, e cercare sponda in campi come la tecnologia, la difesa e l’ambiente e non politicizzare duramente ogni capitolo dell’agenda. Specie considerato il fatto che presto a Berlino gli Usa contano di avere il loro più entusiasta sostenitore, il partito dei Verdi, in seno all’esecutivo che nascerà dopo la fine del mandato della Cancelliera.

La volontà della Merkel e di Putin, insomma, è difficilmente ribaltabile per Biden. E potrebbe non essere nemmeno nell’interesse Usa farlo, in una fase che vede prossima all’abbandono la strategia di energy dominance perseguita dall’amministrazione Trump nei quattro anni passati. La realpolitik, a volte, consiglia di evitare gesti inconsulti: paradossalmente, è proprio l’attenzione spasmodica di Washington che ha reso Nord Stream un tema caldo per il fronte geopolitico europeo. Un’analisi costi-benefici consentirebbe a Washington di capire che, per rafforzare la partnership euro-atlantica, ora forse conviene guardare altrove. E non cercare di bloccare in poche settimane, all’ultimo miglio, un progetto infrastrutturale vanamente contestato per un decennio.

.
Sogni di diventare fotoreporter?
SCOPRI L'ACADEMY