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Non solo Volkswagen: licenziamenti e crisi, l’industria tedesca batte in ritirata

L’inverno sta arrivando e per la Germania sarà un inverno di gelo industriale. Con il governo di Olaf Scholz dimissionario, una campagna elettorale apertasi in maniera rissosa e la crisi sistemica del Paese in atto, è la frenata dell’economia causata...

L’inverno sta arrivando e per la Germania sarà un inverno di gelo industriale. Con il governo di Olaf Scholz dimissionario, una campagna elettorale apertasi in maniera rissosa e la crisi sistemica del Paese in atto, è la frenata dell’economia causata dal calo verticale della manifattura a esemplificare la crisi della (fu?) locomotiva d’Europa.

Colpisce e stupisce da tempo la crisi di Volkswagen, industria che rappresenta molto più di un’azienda produttrice d’auto. Volkswagen incarna “l’industria delle industrie” non solo perché di per sé motore occupazionale e perno dell’economia di Lander come l’Assia, la Bassa Sassonia e la Turingia ma anche perché con i suoi ordinativi garantiva la stabilità della Mittelstand, il sistema di piccola e media impresa tedesca delle periferie del Paese. La decisione di Volkswagen di chiudere per la prima volta tre impianti nel Paese è sintomatico di un declino produttivo che supera i confini del Paese e si inserisce negli stravolgimenti globali del settore auto. “

“L’occupazione nel settore automobilistico ha raggiunto il picco nel 2018 ed è scesa del 6,5 percento a 780.000 lavoratori l’anno scorso”, nota il Financial Times, aggiungendo che “è probabile che diminuisca ulteriormente poiché la concorrenza dei marchi stranieri di veicoli elettrici sfida VW, Mercedes-Benz e BMW”. Ma purtroppo per Berlino la crisi industriale non si limita al gruppo di Wolfsburg.

A fine novembre, le compagnie tedesche presenti nel paniere del Fortune 500 avevano annunciato 60mila licenziamenti e tagli di posti di lavoro nel corso del 2024. Direttamente colpito dalla crisi tedesca è il business del big della componentistica auto Bosch, che ha annunciato il taglio di 8mila dipendenti. Ancora più vasto il piano del principale gruppo siderurgico tedesco, ThyssenKrupp, che punta a tagliare il 40% della forza lavoro scaricando 11mila dipendenti. Anche il colosso farmaceutico Bayer ha deciso un grande piano di contenimento costi che nei primi sei mesi ha portato al taglio di 3.200 posti di lavoro. Aggiungiamo a ciò lo stop all’investimento di Intel a Magdeburgo, uno dei più grandi progetti di sviluppo industriale sulla tecnologia e i chip con cui Scholz sperava di rilanciare il Paese, e si ha l’ampiezza della problematica di Berlino.

Sono dolori per la Germania e possono esserlo anche per l’Europa intera, a partire dal Nord Italia. La frenata tedesca si fa sentire in territorio settentrionale. In Val Padana la nebbia è calata fitta quest’anno e la fine del 2023 e l’intero 2024 hanno contribuito a rafforzare un trend di decrescita che, nota Ispi, per le principali manifatture d’Europa in termini di produzione è continuo dal Covid-19 a oggi: sul fronte industriale “paesi che stanno soffrendo di più includono naturalmente la Germania (oltre –9% rispetto al 2019), ma anche il Portogallo (-7%). Seguono Francia (-5%) e Italia (-3,5%)”. Se la locomotiva non va, il resto dell’Europa si ferma. E il raffreddore tedesco rischia di far venire l’influenza della recessione a un blocco già piegato da una serie di crisi nell’ultimo quinquennio, che ne hanno frenato la competitività.

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