La vittoria di Zohran Mamdani a New York ha creato un terremoto politico negli Stati Uniti ma è anche un interessante esempio di laboratorio per capire la governance politica delle megalopoli globali in un’epoca di grandi cambiamenti dell’economia internazionale. A segnalare questo fatto il tema economico sottostante al successo di Mamdani, che ha avuto nella critica alla crisi immobiliare e al caro-affitti un boost fondamentale per battere Andrew Cuomo prima alle primarie del Partito Democratico, poi all’inedito spareggio che vedeva l’ex governatore correre da indipendente.
Si mette in scena una potenziale svolta: si può governare da sinistra e in nome della lotta alle disuguaglianze una grande metropoli del pianeta? Anzi, forse “la metropoli” per definizione? Domanda ardita. Ma che interroga, innanzitutto, le classi dirigenti urbane dei maggiori centri produttivi del pianeta, in larga parte peraltro afferenti al mondo progressista.
Le grandi città e il carovita
Le grandi città sono diventati i “caselli” delle autostrade della globalizzazione, interconnesse da flussi dati e reti virtuali, dinamiche e articolate passanti per l’economia della conoscenza, la finanza e la terziarizzazione dei principali settori produttivi. Questo ha prodotto un doppio movimento. Da un lato, le metropoli sono diventate gli hub dell’innovazione, della conoscenza, del networking professionale.
Dall’altro, questo ha alimentato una sovraesposizione delle città stesse in termini di domande per case, affitti e servizi, che spesso ha lasciato ai margini i più fragili e i nuovi deboli di questo sistema, soprattutto il nuovo “sottoproletariato” urbano dei white collar non professionalizzati. Da qui il grande tema dell’inclusività abitativa, che a New York è risultato probabilmente decisivo. Del resto, tra le grandi metropoli globali New York emerge per problematiche.
Come ha riportato uno studio di Deutsche Bank commentato da Euronews, New York è prima al mondo per pressione degli affitti. Guardando al prezzo medio per un appartamento con una stanza da letto, New York primeggiava nel mondo nei dati 2025 con un costo medio di 3.792 euro (4.369 dollari) mensili a fronte di stipendi medi elevatissimi per il resto del mondo, pari a 4.693 euro (5.407 dollari) di cui solo il 20% restava ai cittadini e lavoratori per….vivere!
L’Europa del caro-affitti
Una proporzione superiore a quella di Londra, dove i rapporti sono rispettivamente di 2.732 e 3.637 euro al mese, con un impatto dell’affitto sullo stipendio del 75%, ma che può esser letto in prospettiva anche per molte altre metropoli europee. A Madrid e Milano, ad esempio, con stipendi medi sui 2mila euro e affitti poco sotto i 1.500 euro al mese in media per questa classe di case, resta circa un terzo dello stipendio, certamente non newyorkese. Se la passano meglio Ginevra e Zurigo, dove gli stipendi sono tre volte e mezzo l’affitto, Lussemburgo (rapporto di 3 a 1) e Copenaghen (quasi 2,5 a 1).
“A livello mondiale, i redditi disponibili più elevati dopo aver pagato l’affitto si registrano in due città svizzere: Ginevra (5.174 €) e Zurigo (4.638 €)”, nota Euro News, aggiungendo che “anche in Europa si registra il livello più basso, con Lisbona a -202 euro, il che significa che lo stipendio medio non è sufficiente a coprire l’affitto. A Istanbul, un single deve trovare altri 13 euro per pagare l’affitto”. Il tema dell’abitare ha salienza globale. Mamdani si spiega con questi numeri, che potrebbero aver rilevanza anche altrove. Un riferimento diretto all’Italia va a Milano, che tra un anno dovrà rinnovare sindaco e consiglio comunale all’ombra di una gestione del progetto cittadino tutto da capire se al servizio della grande massa della sua popolazione. E per il cui giudizio l’esempio newyorkese peserà.
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