Nella tempesta globale dell’Iran, la Cina batte gli altri mercati. Ecco perché

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Quando, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo 2026, le prime notizie sull’escalation militare in Iran iniziano a diffondersi, la reazione dei mercati finanziari globali sembra seguire un copione ben noto tra Borse in calo, volatilità in aumento, prezzi dell’energia in impennata e investitori alla ricerca disperata di ripari sicuri. Eppure, mentre gran parte dei mercati mondiali arretrava sotto il peso dello shock geopolitico, la Cina è parzialmente riuscita a “tenere”. Perché proprio la Cina, il più grande importatore globale di petrolio, e una delle economie più esposte alle rotte energetiche mediorientali, non viene travolta dalla tempesta finanziaria scatenata dalla guerra?

Questa apparente contraddizione rende cruciale analizzare la performance relativa dei mercati finanziari cinesi nel contesto del conflitto iraniano. Non si tratta solo di capire come si muovano gli indici di Shanghai o i rendimenti dei titoli di Stato, ma di cogliere un segnale più profondo, e cioè come gli investitori internazionali stanno riposizionando il rischio geopolitico globale e quale ruolo attribuiscono oggi a Pechino nell’architettura finanziaria mondiale. I dati di azioni, obbligazioni e valuta suggeriscono che, almeno nelle prime fasi del conflitto, i mercati non stiano leggendo la Cina come una vittima passiva dello shock, bensì come un sistema relativamente più stabile rispetto ad altre economie avanzate ed emergenti. Capire se questa resilienza sia solo temporanea o l’inizio di un cambiamento più strutturale è il vero punto focale di questa analisi, che potrebbe però diventare più chiaro solo tra alcuni mesi.

Per il momento, possiamo osservare che nelle prime settimane di conflitto i mercati azionari globali hanno mostrato un’elevata volatilità. In Europa, negli Stati Uniti e in buona parte dell’Asia, gli indici hanno subito forti correzioni, spinte dall’impennata dei prezzi energetici (ricordiamo che il Brent viaggia a giorni alterni sopra i 100/110 dollari al barile) e dal timore di un ritorno dell’inflazione, elemento che rende più difficili i tagli dei tassi da parte delle banche centrali. In questo contesto, il seguente grafico Bloomberg che confronta la performance dell’indice di Shanghai e dello Shenzhen CSI 300 con l’MSCI All Country World Index racconta una storia diversa:

La tenuta (sorprendente) dei mercati cinesi

Mentre infatti l’indice globale accumulava perdite significative, i mercati cinesi hanno mostrato una tenuta relativa sorprendente, con flessioni assai più contenute e, in alcune fasi, persino una sovraperformance rispetto ai listini internazionali. La performance dell’indice di Shanghai segnala almeno tre elementi chiave. In primo luogo, gli investitori sembrano distinguere tra Cina e resto dell’Asia: mentre economie come Giappone, Corea del Sud e India vengono penalizzate per l’elevata dipendenza energetica dal Medio Oriente, la Cina beneficia della percezione di avere strumenti di mitigazione più solidi, come ampie riserve strategiche di petrolio, una maggiore integrazione con fornitori alternativi come la Russia e una crescita strutturale delle energie rinnovabili. In secondo luogo, il mercato azionario cinese partiva da valutazioni depresse: prima dello scoppio della guerra, le azioni cinesi trattavano con uno sconto di circa il 20% rispetto all’MSCI World, rendendo meno violente le vendite forzate in una fase di risk-off globale. Infine, il grafico suggerisce che una parte degli operatori stia sperimentando (più che sposando in modo strutturale) l’idea della Cina come parziale “porto relativo” nei momenti di stress, una dinamica ancora fragile ma non trascurabile.

La stessa narrazione emerge in modo ancora più chiaro osservando il mercato obbligazionario. La seguente immagine, pubblicata dal Financial Times su dati LSEG, mostra l’andamento dei rendimenti dei titoli di Stato decennali dalle prime giornate di marzo 2026:

In quasi tutte le grandieconomie avanzate, come Regno Unito, Germania, Stati Uniti e Giappone, i rendimenti sono saliti in modo evidente. Per il lettore non specialista, è utile ricordare che un aumento dei rendimenti indica un calo dei prezzi dei bond poichè gli investitori chiedono un interesse più alto per compensare il rischio di inflazione e di instabilità macroeconomica. La linea cinese, invece, resta quasi piatta. I rendimenti dei titoli di Stato decennali di Pechino si muovono solo di pochi punti base, segnalando una stabilità notevolmente superiore rispetto al resto del mondo sviluppato. Questa resilienza del mercato dei bond cinesi ha diverse spiegazioni. Da un lato, la Cina proveniva da un contesto di quasi-deflazione, e l’aumento dei prezzi energetici viene visto da alcuni investitori più come una normalizzazione che come una minaccia inflazionistica immediata. Dall’altro, il mercato obbligazionario cinese resta in larga parte domestico e meno esposto a movimenti speculativi internazionali, riducendo le vendite di panico osservate in Europa e negli Stati Uniti. Il risultato è un messaggio chiaro dei mercati finanziari: mentre il conflitto in Iran innalza il costo del debito pubblico in molte economie avanzate, la Cina viene, almeno temporaneamente, esclusa da questa dinamica.

L’importanza dello Yuan

Sul piano geopolitico e monetario, un ulteriore elemento rafforza questa lettura. Nel corso di marzo 2026, l’Iran ha iniziato a richiedere pagamenti in yuan per il transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, di fatto trasformato in una sorta di “casello” controllato dai Guardiani della Rivoluzione. Secondo Bloomberg e altre fonti concordanti, alcune compagnie di navigazione hanno effettivamente pagato i pedaggi in valuta cinese per ottenere il passaggio scortato nello Stretto, una rotta da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Questo fatto, pur non rivoluzionando nel breve periodo il sistema monetario internazionale, segnala una crescente centralità della Cina come partner economico e finanziario per i Paesi colpiti o isolati dalle sanzioni occidentali.

È quindi ancora molto presto per dire se la Cina uscirà più forte di prima da un conflitto che colpisce direttamente le sue importazioni energetiche e i suoi progetti infrastrutturali nel Medio Oriente, inclusi quelli legati alla Belt and Road Initiative. Il rischio geopolitico resta elevato e una guerra prolungata potrebbe incidere sulla crescita, sui commerci e sulla stabilità regionale. Tuttavia, i dati finanziari delle prime settimane di marzo-aprile 2026 raccontano che il mercato, per il momento, non sta punendo la Cina. Al contrario, azioni, bond e valuta suggeriscono che una parte degli operatori stia testando Pechino come possibile mercato di sbocco nei momenti di turbolenza globale. Non si tratta ancora di una vera alternativa ai tradizionali beni rifugio, ma di un segnale che merita attenzione, perché indica come la geografia della finanza globale possa iniziare a cambiare proprio nei momenti di massima crisi.