L’Iran usa l’arma delle criptovalute come strumento di aggiramento delle pesanti sanzioni internazionali, statunitensi in testa, a cui è sottoposto, e Washington nel pieno di una difficile fase di negoziato per porre fine alla Terza guerra del Golfo ha alzato l’asticella della pressione mettendo nel mirino Nobitex, il maggior exchange di valute decentralizzate e digitalizzate della Repubblica Islamica, assieme a altri tre portali (Bitpin, Ramzinex, e Wallex) che complessivamente coprono la maggioranza assoluta degli scambi nel Paese. La leva, ormai nota nelle campagne sanzionatorie Usa, è quella dell’Office of Foreign Asset Control (Ofac), la struttura del Dipartimento del Tesoro che può decidere della connessione e della disconnessione di interi apparati economici dal sistema finanziario internazionale reprimendone la capacità di agire sui mercati del dollaro o spingendo per il congelamento degli asset dei gruppi ritenuti più equivoci.
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Come gli Usa pressano le cripto iraniane
Il Dipartimento del Tesoro riconosce che in particolare Nobitex ha “aiutato la Banca centrale dell’Iran a accedere a centinaia di milioni di dollari di stablecoin utilizzare per sostenere il valore in picchiata dei rial iraniano” ed “eludere le sanzioni in diverse giurisdizioni”. L’operazione Economic Fury del Tesoro mira a identificare e limitare l’azione delle reti-bancarie ombra spingendo il contrasto dell’elusione delle sanzioni non solo alzando il monitoraggio ma mettendo a rischio di provvedimenti sanzionatori anche tutte quelle società straniere sorprese a fare affari con la criptosfera di Teheran.
Da quando nel 2019 l’Iran ha reso possibile ex lege il mining di criptovalute sul suolo nazionale e da quando è tornata la pressione americana, culminata nell’assalto di febbraio assieme a Israele, Teheran ha compreso il ruolo che questi asset possono giocare per evadere le sanzioni e continuare sia l’opera di finanziamento del regime che i pagamenti agli alleati regionali, dagli Houthi a Hezbollah. L’economia cripto iraniana vale circa 7,8 miliardi di dollari ed è ragionevole pensare che una buona parte sia nelle mani del corpo dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc).
Pressare per negoziare
Ad aprile, l’Iran ha iniziato a utilizzare le criptovalute come leva per incassare pedaggi dallo Stretto di Hormuz ,controllato di fatto dall’inizio dell’attacco israelo-americano, e per legittimare la propria sovranità al di fuori del perimetro monetario guidato dal dollaro. La nascita della Persian Gulf Strait Authority (Pgsa) come agenzia ad hoc si inserisce in questo tracciato che vede Teheran cercare legittimazione alle sue rivendicazioni.
L’arma cripto, in tal senso, offre capacità notevoli e flessibilità per operare in uno spazio vuoto tra legalità economica e pressioni internazionali e mostrare la perdita di controllo degli Usa su una rotta marittima chiave, a cui non a caso l’amministrazione di Donald Trump ha reagito alzando l’asticella col contro-blocco navale nel Mar Arabico. L’Ofac aveva già agito ad aprile congelando 344 milioni di dollari riconducibili alla Banca centrale iraniana detenuti da Teheran nella sfera di Tether (nella stablecoin Usdt), che ha annunciato assieme alle autorità Usa l’avvenuto stop alle mosse iraniane. Ora rafforza la pressione mirando direttamente alle fonti di entrate identificabili del regime iraniano. Colpire il sistema attorno a Nobitex basterà a fare della guerra economica uno strumento d’appoggio alla pressione negoziale o l’Iran, nella perenne sfida tra cacciatori e prede della criptosfera, è già un passo avanti? La scure sanzionatoria è stata calata. Ma va capito se sarà l’arma decisiva per sostenere le richieste americane di concessioni da parte di Teheran.