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La seconda amministrazione Trump ha rilanciato la sua dottrina commerciale con la brutalità già nota: tariffe punitive in nome del riequilibrio. Ma stavolta, nel mirino c’è un intero blocco economico: l’ASEAN. Una regione dinamica, essenziale per le catene del valore globali, ma disunita e vulnerabile. Le misure, che arrivano fino al 49% per la Cambogia, al 46% per il Vietnam e al 44% per il Myanmar, non sono solo sanzioni economiche. Sono un test politico sulla tenuta del Sud-est asiatico come entità geopolitica autonoma.

Tra marzo e luglio 2025, l’amministrazione Trump ha rimesso in piedi il proprio arsenale tariffario: dazi “reciproci” calibrati sul surplus commerciale bilaterale con Washington. Le economie ASEAN, abituate a competere tra loro per attrarre investimenti esteri, si sono trovate senza difese. In risposta, alcune – come Indonesia, Vietnam, Cambogia e Filippine – hanno scelto la via del lobbying a pagamento negli Stati Uniti: consulenti privati, intermediari legali, e studi che offrono accesso a una Casa Bianca sempre più opaca e imprevedibile.

Impossibilitate a trattare direttamente con l’amministrazione, molte capitali asiatiche si sono affidate a lobbisti per aprire canali con l’USTR, il Dipartimento del Tesoro o il Congresso. In gioco: l’abbassamento o l’esenzione da tariffe devastanti. Alcuni, come il Vietnam, hanno ottenuto risultati: riduzione dal 46% al 20% grazie a negoziati diretti tra To Lam e Trump. Altri – come la Cambogia – hanno visto vanificati gli sforzi, nonostante ampie concessioni. Il messaggio implicito: chi porta più contropartite, ottiene udienza. Ma a che prezzo?

Il collasso della coesione regionale

Il 32° Forum regionale ASEAN, tenutosi a Kuala Lumpur l’11 luglio, avrebbe dovuto rappresentare una risposta unitaria alla pressione americana. E invece, il vertice ha messo in luce la frammentazione: ogni Paese ha fatto i propri giochi. L’approccio bilaterale ha smantellato il potenziale negoziale collettivo dell’ASEAN. La Malesia, che presiede il blocco nel 2025, ha cercato una cornice comune, ma è rimasta isolata. Il rischio è che l’ASEAN venga percepito non come un’unione regionale, ma come un’arena di concorrenza commerciale interna.

La strategia di Trump non mira solo al commercio. È geopolitica travestita da dogana. Obbligare i paesi ASEAN a scegliere tra il mercato statunitense e la via cinese (già ben radicata con oltre 900 miliardi di scambi) significa forzare un riallineamento. L’alternativa alla punizione? Comprare più grano e gas USA, aprire porti alle multinazionali americane, firmare trattati “asimmetrici”. Un neo-mercantilismo che ricorda le logiche imperiali del secolo scorso. Ma questa volta in formato contrattuale.

Lobbying, concessioni e debolezze struturali

Alcuni esempi sono emblematici: l’Indonesia ha offerto 19 miliardi di dollari in importazioni, tra cui 10 miliardi in energia. La Cambogia ha ridotto i dazi su 19 categorie di beni americani. Ma tutto ciò non ha fermato i dazi. Perché non si tratta solo di numeri, ma di simboli: chi è dentro e chi è fuori dal nuovo ordine commerciale trumpiano. E le società di lobbying, da strumenti tecnici, si trasformano in veicoli di subalternità geopolitica.

La reazione asiatica è ambivalente: da un lato si cerca di salvare il salvabile con concessioni tattiche; dall’altro, cresce il senso di frustrazione verso Washington. Il risultato? Più aperture alla Cina, che nel frattempo rafforza i legami bilaterali con Vietnam, Malesia e Cambogia. Più investimenti interni per compensare l’instabilità. E il rischio concreto che l’ASEAN smetta di essere una piattaforma multilaterale e diventi una costellazione di economie satelliti.

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