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Acclerare sulla stretta monetaria per tagliare le gambe a un’inflazione diventata quasi insostenibile in tutte le economie avanzate? Oppure insistere sul fronte dell’espansione dei bilanci e del finanziamento a sistemi ancora in ripresa post-pandemica? E poi, finanziamento al sistema economico e bancario o agli Stati, con l’appoggio a obbligazioni di diverso tipo? E infine, che rapporto tenere con la politica fiscale, coordinamento o indipendenza? Le principali banche centrali rischiano di essere finite nel pallone dopo lo scoppio della guerra russo-ucraina.

Come una squadra votata all’attacco presa in contropiede, il sistema delle banche centrali ha visto un problema imprevisto, un’ondata inflattiva più lunga di quanto si sarebbe aspettato dopo la ripresa economica post-Covid, nel momento in cui più era esposta alla necessità di proseguire la sua offensiva, ovvero l’espansione dei bilanci e della base monetaria per neutralizzare gli effetti recessivi globali dei lockdown e del coronavirus. La sola Banca centrale europea ha messo sul campo, direttamente o indirettamente, 3mila miliardi di euro per contrastare la pandemia; la Bank of Japan, la Federal Reserve e la Bank of England hanno di fatto monetizzato i deficit dei propri governi. Le borse hanno continuato a beneficiare del rafforzamento del new normal globale, la condizione di bassi tassi d’interesse e denaro facile che ha alimentato il gioco finanziario e la dilatazione dei listini.

Inflazione, bomba dei prezzi energetici e tensioni geopolitiche hanno però di fatto trasformato in una serie di arcipelaghi il sistema globalizzato e fatto emergere pulsioni divergenti. Ovvero, le banche centrali hanno dovuto risolvere un vero e proprio “trilemma”:

  • La combinazione tra elevata inflazione e stagnazione per le conseguenze della destrutturazione economica ha posto diverse banche centrali, tra cui la Fed, di fronte alla necessità di alzare i tassi.
  • Alzare i tassi rischia però di penalizzare l’economia reale dato che la componente di rincari non è legata agli investimenti strutturali e ai beni durevoli, ma essenzialmente all’energia e ai costi produttivi più contingenti. Dunque il prezzo di una sforbiciata al quantitative easing globale rischia di essere pagato interamente da classi medie e a basso reddito.
  • Politiche monetarie e politiche fiscali scontano una difficoltà nel comunicarsi eventuali svolte. Le politiche fiscali nel post-Covid si erano adattate a uno stato ritenuto pressoché strutturale, ovvero la facilità dei finanziamenti degli istituti finanziari centrali, senza prevedere politiche alternative in caso di svolta.

Le banche centrali si trovano così di fronte al “contrappasso” di un ruolo decisivo conquistato nel corso dell’ultimo lungo decennio seguito alla Grande Recessione. Ma soprattutto per la prima volta si nota un cambiamento strutturale: piuttosto che essere le governatrici dell’incertezza, autorità politiche capaci di dettare la linea e soprattutto aprire la strada ai governi con le scelte su livelli di tasso di interesse, base monetaria, controllo dei prezzi. Ora, paradossalmente, governi aventi grandi esponenti cresciuti nell’alta finanza (pensiamo a Emmanuel Macron) o addirittura venuti dal mondo delle Banche centrali (Mario Draghi e il Segretario al Tesoro Usa Janet Yellen) sono dipendenti da istituti che brancolano nel buio.

Per Austan D. Goolsbee, ex consigliere economico di Barack Obama“questa crisi non ha niente a che vedere con quelle precedenti, non è nata in settori industriali sensibili al rialzo dei tassi di interesse quanto lo sono il settore dell’automotive, dell’immobiliare, dei beni durevoli”. Parlando con Domani, il professore della Chicago Booth School of Business e stratega della politica economica anticrisi del 44esimo Presidente Usa ha segnalato che la modellizzazione classica della Fed non riesce a stare dietro ai trend in atto: “I modelli e i dati della Fed sono storicamente basati su quanto apparentemente questi settori sensibili reagiscono al rialzo dei tassi. Ma questa volta la crisi si è concentrata in quelli che storicamente sono considerati settori a prova di recessione, come i servizi sanitari, la ristorazione, il turismo, quelli che non hanno mai seguito un andamento ciclico”.

Lo shock alle utilities energetiche e la cascata di problemi riversatisi sul resto delle economie occidentali ha fatto il resto. Guardando agli Usa, l’economista Giuseppe Pennisi ha commentato su Formiche che non è ancora chiaro “se l’inflazione sia entrata nelle aspettative” degli operatori come un dato di fatto costante e ineliminabile, fattispecie che rappresenterebbe “il vero rischio e pericolo. Ci vorranno un paio di mesi per poterlo giudicare. Per ora il Federal Reserve Board sta cercando di attuare un soft landing (atterraggio morbido), analogo a quelli effettuati nel 1964, nel 1984 e nel 1993, per evitare misure draconiane come quelle adottate alla fine degli anni Settanta che portarono gli Stati Uniti, e gran parte dei Paesi Ocse, in recessione”. Imporre una stretta monetaria generalizzata non è detto che risolva i problemi di tensione economica venutisi a creare negli ultimi mesi. La sensazione è che le banche centrali siano andate in testacoda anche e soprattutto perché la politica ha delegato loro un presunto tocco taumaturgico. Dovendo governare le condizioni strutturali del mercato, esse non possono però decidere dell’allocazione concreta delle risorse, specie in una fase in cui dinamiche come il protezionismo, i grandi piani di rilancio, il sostegno ai settori in crisi spostano il focus dell’attenzione dei governanti.

Come se ne esce? Le vie paiono due. Da un lato riconoscendo la possibilità delle banche centrali di agire con crescente discrezionalità, dall’altro con un nuovo coordinamento tra agenda monetaria e agenda fiscale. Il sostegno ai deficit dei governi appare ormai una scelta inevitabile e un coordinamento tra livello dei tassi e gestione della leva fiscale del debito una scelta strategica. Tale svolta dovrebbe valere anche per l’Europa. Soprattutto, per tute le economie avanzate questo deve contribuire a creare una situazione in cui alta inflazione e recessione possano essere portate a non essere l’una la conseguenza dell’altra. Non bisogna aver timore di fare deficit anche in tempi di elevata inflazione: basta che i governi sappiano bene indirizzarli. Alle banche centrali resterà l’opzione di copertura, ovvero la tutela da shock eccessivi con il gioco dei tassi di cambio. Ritenere che le banche centrali possano una volta di più, da sole, salvare il mercato globale che naviga oggi in acque tempestose e ignote significherebbe deresponsabilizzare i governi e condannare a una nuova fase recessiva dopo quella sperimentata due anni fa.

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