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Neijuan, il male oscuro che affligge l’economia cinese

Se per l’Oxford English Dictionary la parola dell’anno è il sostantivo “rage bait” (esca della rabbia), in Cina uno dei termini più emblematici del 2025 è nèijuan (involuzione). A partire dal 2024, infatti, il Partito Comunista Cinese (Pcc) ha fatto...

Se per l’Oxford English Dictionary la parola dell’anno è il sostantivo “rage bait” (esca della rabbia), in Cina uno dei termini più emblematici del 2025 è nèijuan (involuzione).

A partire dal 2024, infatti, il Partito Comunista Cinese (Pcc) ha fatto proprio questo concetto antropologico per spiegare il male oscuro che affligge l’economia nazionale: non tanto la sovrapproduzione più volte citata dai media occidentali, quanto, appunto, l’involuzione.

La rivista teorica del Comitato Centrale del Pcc, Qiushi, spiega nel dettaglio di che cosa si tratta: alla lettera di “un fenomeno di concorrenza malsana in cui gli attori economici, per conservare la propria posizione o contendersi un mercato limitato, investono incessantemente importanti risorse ed energie senza generare un aumento degli utili”.

L’allarme scatta quando “alcune grandi aziende fanno involvere le piccole e le piattaforme fanno involvere i propri operatori”. In termini più concreti, nèijuan si riferisce a una concorrenza sfrenata che trascina verso il basso le capacità di produzione di uno o più settori, abbatte i prezzi in maniera sconsiderata e provoca perdite per tutti. Per le singole aziende, ovviamente, ma anche per i consumatori e, più in generale, per l’intera società.

La Cina alle prese con l’involuzione

Tutto questo per dire che, al netto degli impressionanti risultati ottenuti dalle principali aziende cinesi, il fenomeno del nèijuan minaccia di destabilizzare l’intero sistema economico del Dragone.

Il Partito lo ha capito molto bene e, non a caso, è intervenuto per bocca dei massimi dirigenti spiegando che la concorrenza spietata – pur generando innovazione – risulta dannosa, con effetti negativi sia sulle imprese che sulla società.

I settori di ultima generazione finiti sotto i riflettori o comunque a rischio? Quelli che, in sostanza, hanno fatto breccia nei mercati occidentali sul fronte green – auto elettriche, pannelli solari e batterie al litio, per citarne alcuni – ma sono stati attenzionati anche i dossier relativi all’intelligenza artificiale e alla robotica.

Ci troviamo così di fronte a un problema che assume connotati differenti a seconda delle prospettive attraverso le quali lo si osserva. Per i governi occidentali, la Cina sta potenziando le proprie aziende per consentire la loro espansione globale e registrare così clamorosi exploit economici: pura sovrapproduzione, insomma, che starebbe mettendo a rischio interi settori strategici a lungo dominati da Usa ed Europa. Agli occhi di Pechino, tuttavia, questa dinamica rischia di creare una corsa al ribasso conseguenza di una competizione tra imprese che non smette di essere benefica per diventare distruttiva.

Un problema da risolvere

La cartina al tornasole coincide con il settore automobilistico. La Cina può e deve essere orgogliosa delle proprie auto elettriche. Solo che, per arrivare a questo punto, i principali player delle quattro ruote d’oltre Muraglia si sono affrontati in una competizione interna durissima, scatenando una guerra dei prezzi al ribasso e immettendo sul mercato tanti, troppi, modelli.

La sovrapproduzione cinese spaventerà pure i governi occidentali ma, di pari passo, l’involuzione terrorizza Pechino. Come ha sintetizzato il New York Times, la Cina ha più di 100 produttori di veicoli elettrici che lottano per conquistare quote di mercato; conta così tanti produttori di pannelli solari che ne produce il 50% in più rispetto alla domanda globale; e ha 100 produttori di batterie al litio che sfornano il 25% in più di batterie di quante chiunque voglia acquistarne.

Ecco, tutto questo costringe le aziende cinesi a innovare, ma porta anche a guerre di prezzi, perdite e crediti inesigibili. E spinge il Dragone a dirigersi verso una pericolosa deflazione, ossia la famigerata spirale discendente dei prezzi, la stessa che negli anni ’90 travolse il dinamico Giappone.

Pechino intende frenare l’involuzione in due modi: costringendo le aziende a mantenere i prezzi stabili (emblematici gli avvertimenti alle case automobilistiche e alle startup hi-tech) e chiedendo ai governi locali di ridurre i sussidi. Pochi giorni fa, lo stesso Xi Jinping ha lanciato un attacco insolitamente brusco alla spesa pubblica sconsiderata, la stessa che a detta di Pechino starebbe limitando la crescita del Paese.

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