Le chiamano città di “secondo” e “terzo livello” – per distinguerle da quelle di prima fascia: le grandi megalopoli – ma potrebbero tranquillamente essere definite le “città del futuro”. Se, in Cina, fino a qualche anno fa erano Pechino e Shanghai, Shenzhen e Guangzhou ad alimentare l’economia del Paese, a breve questo delicatissimo compito potrebbe spettare a centri urbani insospettabili e, molto probabilmente, sconosciuti alla maggior parte del pubblico occidentale.
Le big four del gigante asiatico coincidono con le città “di primo livello” elencate: Pechino, la capitale; Shanghai, il principale polo finanziario; Shenzhen, l’hub tecnologico chiave; Guangzhou, potenza dell’export e cuore manifatturiero nazionale. Il segreto del loro successo? Popolazioni enormi, servizi pubblici eccellenti, infrastrutture futuristiche e tanti, tantissimi investimenti provenienti da aziende statali e internazionali. Bene, tra qualche anno – il 2025 secondo l’Economist – le luci dei riflettori si sposteranno da queste metropoli a città più piccole (si fa per dire, date le dimensioni cinesi). Alcuni esempi? Hefei, Qingdao, Ningbo, Xiamen, Zhengzhou…
Grandi città? No, grazie!
Può essere utile spiegare brevemente il sistema urbano cinese. Le cosiddette città di primo livello hanno un Pil superiore a 300 miliardi di dollari, più di 15 milioni di abitanti e, dal punto di vista politico e amministrativo, sono gestite direttamente dal Governo centrale. Nella seconda fascia rientrano invece città con un Pil compreso tra i 68 e i 299 miliardi e una popolazione tra le 3 e le 15 milioni di unità. Arriviamo così ai centri urbani di terza e quarta fascia, che hanno rispettivamente un Pil di 18-67 miliardi e 150mila-3 milioni di abitanti, e meno di 17 miliardi e meno di 150mila abitanti. Detto questo, pare che le megalopoli di primo livello stiano perdendo il loro fascino. Il motivo? Pratico. Sono letteralmente diventate inaccessibili per la maggior parte dei cinesi a causa di prezzi medi delle abitazioni elevatissimi (dalle 30 alle 40 volte superiori rispetto ai redditi medi) e per una qualità della vita stressante.
Sempre più residenti metropolitani, sottopagati e oberati di lavoro, hanno smesso di spendere e spandere, assestando un colpo basso all’economia del loro stesso Paese (che invece avrebbe avuto bisogno della loro spesa). Basta fare un esempio per capire di cosa stiamo parlando: i profitti del settore della ristorazione di Pechino sono scesi di quasi il 90% nella prima metà del 2024 rispetto allo stesso periodo registrato nel 2023.
Piccolo è bello: i nuovi motori economici della Cina
Fate largo alle città di secondo e terzo livello. Hanno ormai infrastrutture di prim’ordine, alloggi economici e offrono impieghi dai ritmi rilassati. La loro crescita economica non sembra essere intaccata dai problemi che affliggono Pechino & Co. In più hanno popolazioni enormi se analizzate con lenti occidentali. Non bisogna dunque sorprendersi se qui, lontano dai grandi centri, continuano a spuntare come funghi caffetterie, negozi e rivenditori di auto elettriche. In estate 12 milioni di studenti freschi di laurea usciranno dalle università cinesi. La maggior parte di questi ragazzi cercherà lavoro a Changsha e Nanchino, capoluoghi di provincia con industrie culturali vivaci, e non a Shanghai o Shenzhen, che invece rimangono ancora degli Eden ma solo per una certa élite nazionale.
Un altro esempio? Hefei, un’ex zona isolata nella provincia di Anhui, ha iniziato ad attrarre investimenti governativi e provenienti dalle imprese private; adesso ha un fiorente settore tecnologico, con punte di diamante che abbracciano la produzione di fascia alta, la biotecnologia e i semiconduttori. Il futuro della Cina, dunque, dipenderà sempre di più dalle ex Cenerentole del Paese.