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Elon Musk sta cercando di costruire un’alleanza con diversi imprenditori del mondo arabo per sviluppare investimenti sull’intelligenza artificiale del suo gruppo, mirando a una cospicua raccolta che favorisca xAI, la sua start-up attiva per creare un’alternativa a gruppi come DeepMind e OpenAI e a strumenti come il Copilot di Microsoft e Gemini di Google.

La sfida ai giganti dell’Ia

Musk mira a valutare, nel breve periodo, 45 miliardi di dollari l’azienda che rimane sotto il controllo della X Holding Corporation, la società che gestisce l’omonimo social network (ex Twitter). Sono registrati, nota il Financial Times, contatti con i fondi sovrani di Arabia Saudita (Public Investment Fund) e Qatar (Qatar Investment Authority).

In particolare, il magnate americano di origini sudafricane vuole ricucire rapporti con il mondo arabo che negli affari si erano fatti tesi nel 2018, quando Yasir al-Rumayyan, governatore del Pif saudita, spinse per contribuire a una possibile uscita di Tesla dalle borse entrandovi come azionista di sostegno a Musk salvo poi subire il dietrofront del miliardario nativo di Pretoria. Oggi, Musk punta sull’ambizione delle monarchie del Golfo di diversificare l’economia rispetto al petrolio e al gas naturale e all’attenzione per gli investimenti in innovazione di frontiera. E parlare con Riad e Doha è funzionale a suscitare gli appetiti dell’investitore più importante della regione, gli Emirati Arabi Uniti che con i loro capitali da tempo promuovono l’innovazione e l’Ia.

Nota il Ft che “i finanziamenti per le start-up di intelligenza artificiale sono esplosi da quando OpenAI ha rilasciato il suo popolare chatbot ChatGPT alla fine del 2022”. Nella prima metà di quest’anno, “le start-up di intelligenza artificiale hanno attirato oltre il 40 percento di tutti i finanziamenti di venture capital statunitensi, secondo PitchBook”, e al contempo questo va di pari passo con l’esplosione di azioni come quelle di Nvidia, che progetta i chip di memoria decisivi per elaborare l’Ia più sviluppata. Musk non vuole perdere opportunità di business e mentre apre trattative con gli investitori arabi e con molti venture capitalist americani, al contempo inserisce i finanziamenti dell’intelligenza artificiale nel suo disegno imprenditoriale e politico.

L’uomo più ricco al mondo, infatti, dopo esser stato tra i fondatori di OpenAI nel 2015 e essere rimasto nel suo consiglio di amministrazione fino al 2018, è tornato nel 2023 nel campo dell’Ia fondando xAI e inserendo la sua politica di sviluppo nella più ampia strategia a cui ha dedicato l’ex Twitter: quella della battaglia per la “libertà d’espressione”, intesa come rivolta contro ogni possibile conformismo, discorso politicamente corretto o tentativo di censura delle opinioni. Un cavallo di battaglia molto forte su cui punta molto la destra libertaria di cui Musk, assieme al presidente argentino Javier Milei, è oggi uno dei maggiori fari globali e che alle elezioni presidenziali statunitensi salderà la sua lotta con quella della crociata anti-woke e conservatrice dell’ala del Partito Repubblicano più vicina a Donald Trump.

Il paradosso di Musk: combattere per la libertà d’espressione al fianco dei monarchi del Golfo

Musk ha dichiarato all’anchorman Tucker Carlson di voler costruire una vera e propria “TruthGpt“, in riferimento sia alla famosa piattaforma di Ia generativa ChatGpt, ritenuta “troppo politicamente corretta”, che al social di Trump, Truth. Di recente ha parlato alla Future Investment Initiative, la kermesse sull’economia organizzata a Riad dal principe ereditario Mohammad bin Salman, promuovendo al gotha finanziario del Golfo le opportunità della sua Ia come alternativa a una, attualmente dominante, che “tende a essere addestrata per il politicamente corretto e a riflettere la filosofia delle persone che la addestrano, abitanti della Bay Area di San Francisco e dintorni”.

L’Ia è una macchina, non un soggetto vivente. E dunque riflette ispirazioni, pensieri e convinzioni di chi la programma. In effetti, ha scritto First Post, “uno studio condotto da ricercatori della Carnegie Mellon University, della University of Washington e della Xi’an Jiaotong University ha rivelato evidenti pregiudizi politici nei diversi modelli di intelligenza artificiale”. Inoltre, “un’altra analisi della Hong Kong University of Science and Technology ha scoperto che i modelli di intelligenza artificiale open source spesso mostrano pregiudizi liberal, in particolare su questioni divisive come l’immigrazione e il cambiamento climatico”. Tutto questo, secondo Musk, deve essere corretto. In nome del business e, ça va sans dire, della “libertà d’espressione”. Tutto questo anche al prezzo di arruolare nella campagna libertaria i miliardi dei sovrani del Golfo, spesso portatori di un pensiero oscurantista e repressivo dei diritti della libertà d’espressione. La cui ostilità al “politicamente corretto” presuppone soluzioni diverse da quelle che pensa il Ceo di Tesla. Ma per gli investimenti vale tutto. Anche cavalcare contraddizioni che per i paladini del free speech sono solo dettagli secondari.

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