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L’offerta pubblica di scambio di Monte dei Paschi di Siena per Mediobanca ha superato la soglia minima di adesioni prevista del 35%, arrivando oltre il 38% nella giornata di ieri, in anticipo rispetto alla data dell’8 settembre che rappresenta il limite per gli azionisti di Piazzetta Cuccia per aderire alla scalata di Rocca Salimbeni. La sensazione è che siamo alle battute finali e decisive della partita più combattuta della rovente estate delle banche italiane.

Lo scatto dell’Ops del Monte su Mediobanca

L’accelerazione decisiva, decisa dall’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio, è arrivata nella giornata di martedì con l’aggiunta di 750 milioni di euro cash come premialità all’offerta dal valore di 13,5 miliardi di euro. Una manovra attesa dopo che il Ceo di Mediobanca, Alberto Nagel, aveva visto la sua strategia di arrocco franare con lo stop dell’assemblea dei soci della principale banca d’affari italiana all’operazione per un’altra Ops, questa volta verso Banca Generali.

Verso il terzo polo

Ora la strada verso la maggioranza assoluta è spianata: a sostegno dell’operazione appoggiata dalla finanziaria Delfin degli eredi di Leonardo Del Vecchio e dal gruppo Caltagirone ora potranno entrare in campo tanti azionisti con quote strategiche di partecipazione a Mediobanca.

Il “Quotidiano Nazionale” elenca il fondo previdenziale Enasarco, Cassa Forense, Amundi, Anima Sgr, Tages e nientemeno che Unicredit. Tutti pronti a scambiare la propria partecipazione in Mediobanca con una quota in Mps e favorire l’ingresso dei senesi a Milano guardando già al post-Ops. E alla vera sfida, le partite strategiche per la gestione di Mediobanca.

Mps-Mediobanca si integreranno?

Si possono iniziare a ipotizzare alcuni scenari per quello che ripromette di essere il “terzo polo” della finanza nazionale.

In primo luogo, va capito se un’eventuale ampliamento ulteriore delle adesioni all’Ops porterà Mps in primo luogo oltre il 50% e in secondo luogo potenzialmente al 66%, certificazione del controllo pressoché totale in consiglio di amministrazione, e come questo influenzerà le possibili integrazioni tra le attività dei due gruppi.

Le prossime mosse di un management che appare sempre più precario saranno decisive. Nagel sa che l’atteggiamento degli azionisti è ondivago: “Alcuni investitori vedono nell’operazione un’opportunità per valorizzare rapidamente la partecipazione e rafforzare la redditività, mentre una parte dell’azionariato storico e più istituzionale teme che un’integrazione con Mps possa mettere in discussione il modello di governance che da sempre caratterizza Mediobanca”, nota Advisor Online

In prospettiva, si può pensare che Mps integrerà settori strategici come gestione patrimoniale, servizi di corporate e investment banking e altre linee convergenti con il suo business lasciando a Mediobanca il ruolo di “boutique” per consulenze di alto profilo, fusioni e acquisizioni, advisory per grandi fondi internazionali lasciando intatto il brand e l’attrattività di un marchio storico.

Il futuro management di Mediobanca

In secondo luogo, questo scenario si somma con una discussione ancora aperta sul futuro management di Mediobanca qualora a Nagel venisse revocato il mandato. E sulla scelta dei vertici di Piazzetta Cuccia andrà testata la tenuta dell’alleanza Caltagirone-Delfin che ha spinto l’offensiva su Mediobanca oltre che il ruolo dell’ad Lovaglio, spesso sottovalutato, nel definire le rotte future di Piazzetta Cuccia.

Si fanno molti nomi: per la guida come Ceo e la successione a Nagel, Lovaglio e il presidente Mps Nicola Maione starebbero vagliando l’ex ad di Mps Marco Morelli e Mauro Micillo, capo dell’area corporate di Intesa San Paolo. Per la presidenza è forte il nome di Vittorio Grilli, già ministro dell’Economia, anche se tutto è da definire. Vero è che un nuovo management dovrà indubbiamente sbrogliare la matassa della conduzione di Mediobanca di una nuova era, presidiando quote di mercato e, soprattutto, un capitale umano che da molte ricostruzioni potrebbe disperdersi se nella fase di transizione arrivassero offerte promettenti dalle rivali.

L’ombra di Unicredit su Mps

Infine, è da sottolineare che un successo dell’Ops porterebbe in dote a molti soggetti interessanti delle quote di capitale Mps. Da sottolineare in particolar modo come l’Ops darebbe spazio in Rocca Salimbeni nientemeno che a Unicredit, qualora il Ceo Andrea Orcel decidesse di aderirvi, replicando su scala ridotta l’assetto azionario del vero gruppo target della manovra, Generali, e soprattutto mettendo allo stesso tavolo, all’assemblea dei soci, Piazza Gae Aulenti e il governo di Giorgia Meloni, titolare dell’11% di Mps.

Inoltre, di fatto, Mps diverrebbe dunque il “salotto”, la camera di compensazione per partite e rivalità che si giocano anche altrove (vedi Generali o il braccio di ferro governo-Unicredit sull’affare Bpm). Davvero una banca che ambisce a tornare pienamente normale può permettersi queste spinte centrifughe nel capitale? La domanda, nel prossimo futuro, potrebbe diventare prioritaria. Specie se Mps espandesse il suo raggio d’azione fino agli obiettivi prospettati dal deal Mediobanca.

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