Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e il suo titolare, Giancarlo Giorgetti, non sono nel mirino dei magistrati milanesi che indagano sul fronte del presunto aggiotaggio condotto nell’offerta pubblica di scambio che ha portato Monte dei Paschi di Siena a scalare Mediobanca nel corso del 2025 ma è inevitabile che sul piano politico il Tesoro e in generale il governo di Giorgia Meloni debbano affrontare sfide politiche nella gestione del dossier.
L’inchiesta che colpisce il Ceo di Mps, Luigi Lovaglio, e i dioscuri Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri (presidente di Delfin), registi della scalata del Monte a Piazzetta Cuccia, si somma allo stop indetto dalla Commissione Europea al golden power con cui Roma ha fermato la scalata di Unicredit a Banco Bpm e accende il faro sulla gestione della finanza da parte dell’attuale esecutivo.
Dopo Mps-Mediobanca un anno caldo per la finanza italiana
Meloni e Giorgetti hanno voluto farsi promotori della nascita di un “Terzo Polo” bancario capace di sfidare Unicredit e Intesa Sanpaolo, il Tesoro ha agito da facilitatore di questo processo e in prospettiva ipotizzava l’idea della fusione Mediobanca-Mps-Bpm, magari dopo una cessione di parte delle attività di quest’ultima a Credit Agricole Italia (socio di maggioranza relativa di Piazza Meda). E più in generale hanno provato a porre in essere un principio: l’idea, cioè, che la prescrizione nazionale, il principio di sicurezza economica e la logica di ritorno dell’autorità pubblica in campo nell’economia potessero essere promossi come fattori dirimenti nella governance del sistema-Paese.
Non si può non leggere la partita Mps-Mediobanca senza considerare in filigrana le dinamiche di sistema che Meloni e il suo governo stanno costruendo in questo contesto. E senza dimenticare che il 2026 sarà un anno cruciale per il futuro del Paese in campo economico. Finirà il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e bisognerà capire in che prospettiva risparmio, credito e finanze pubbliche potranno contribuire a proteggere il Paese dal rischio recessione. Si dovrà confermare il buon stato delle finanze pubbliche in termini di rapporto deficit/Pil e consolidare il trend di rafforzamento del rating del debito. Last but not least, ci sarà il gran ballo delle nomine: Eni, Enel, Terna, Leonardo vedranno rinnovati i consigli d’amministrazione e la leadership.
Scenari d’evoluzione della finanza italiana
Il duo Meloni-Giorgetti sta per ora giocando una partita a più livelli: consolidare il bilancio del Paese presentando l’Italia come attiva e strategica per i grandi investitori internazionali, soprattutto della finanza americana, e garantendo a quest’ultima un ruolo crescente nella gestione degli asset strategici (si vedano i casi Enlive o Tim con Kkr o il peso crescente di BlackRock nel Paese) è una via.
La partita del credito è ad essa complementare perché Meloni ha l’interesse di consolidare l’italianità di determinati gruppi e a creare un polo romanocentrico in grado di operare strategicamente per il Paese risultando più comprensibile alla politica della struttura da “Stati nello Stato” di Unicredit, nel cui capitale predominano i grandi investitori internazionali, e di Intesa, legata a doppio filo a quelle fondazioni inscalfibili per la destra e per i romani. Mps-Mediobanca parla al Terzo Polo potenzialmente in grado di nascere ma parla anche, se non soprattutto, a Generali, principale partecipata di Piazzetta Cuccia la cui prospettiva di saldatura con i francesi di Natixis sul risparmio gestito ha creato allarme.
Roma contro Milano, e la finanza globale osserva
Si è dunque creata una cordata che vede i finanzieri romani, come Caltagirone, il governo e ampi settori della finanza americana in Italia sostenere di fatto lo schema Meloni, che garantisce un cambio di paradigma strutturale e a tutto campo rispetto a quello blindato dal polo nordico. Dall’altro, attori come le autorità europee, le grandi banche del Nord e la finanza più legata alle logiche continentali non possono vedere di buon occhio gli scenari in atto.
Inevitabilmente, la prospettiva di questa transizione ha chiaramente creato resistenze. Parlando con Gianmarco Serino per Mow, il politologo Aldo Giannuli ha dichiarato che “i grandi magnati della finanza milanese sin’ora non sono riusciti a fermare l’irresistibile marcia dei romani di Mps, protetti dalla Meloni, verso la conquista di Mediobanca. Lasciare Mediobanca ad Mps nei fatti è come trasportare il cuore della finanza italiana da Milano a Roma. Tutto questo non è particolarmente gradito dal blocco industriale-finanziario padano”. Mettere in discussione la legittimità politica (dall’esito dell’Ops non si torna indietro) della principale mossa del risiko bancario del 2025 significa condizionare la tenuta del duo Meloni-Giorgetti sull’intera architettura sistemica di governance economico-finanziaria del Paese.
Questo, anche senza avvisi di garanzia, è già un risultato che potrebbe risultare condizionante. L’esecutivo di centro-destra rischia di fare i conti, qualora questo trend si concretizzasse, col principale vulnus del suo triennio di governo: la tendenza a fare delle dinamiche strutturali un fattore di rafforzamento della sua posizione nel sistema, capace di sanare la vulnerabilità dei partiti di governo (soprattutto Fratelli d’Italia e Lega) in termini di attrattività della classe dirigente economico-finanziaria.
Sfida all’asse Meloni-Giorgetti
Meloni si è appoggiata, finora, sul management pre-esistente delle partecipate, salvo poche eccezioni (l’ascesa di Roberto Cingolani a Leonardo e di Flavio Cattaneo ad Enel) legate però a figure di una classe dirigente non espressione di Fdi. Giorgetti ha guidato il Tesoro con attenzione tecnica più che con la tessera leghista in tasca e ha portato comunque a casa alcuni risultati per il Carroccio.
Ad esempio Nicola Maione, presidente di Mps, è stato scelto nel 2023 dal Tesoro allora azionista di maggioranza su input leghista e negli anni Paolo Arrigoni e Guglielmo Picchi, rispettivamente ex senatore ed ex deputato leghisti, sono diventati presidenti di partecipate di peso come Gse e Sace.
La capacità d’azione di Giorgetti e il grande piano di Meloni hanno però come dato da considerare la presenza della spada di Damocle dell’evoluzione dell’inchiesta Mps-Mediobanca. La quale ha avuto già il risultato di chiamare a un grande processo di messa in discussione degli equilibri che si stavano determinando per effetto dello spostamento dell’asse “politico” del mondo finanziario verso il cuore del potere romano. Un processo che lo stop al golden power su Unicredit-Bpm, con cui Roma ha frenato una convergenza che avrebbe avuto grande peso tra due banche basate a Milano, e soprattutto l’inchiesta su Mps-Mediobanca, partita proprio dalla procura ambrosiana, inevitabilmente condizioneranno. Con evoluzioni tutte da seguire e conclusioni tutte da scrivere.
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