Alta tensione finanziaria in Italia dopo l’offerta pubblica di scambio lanciata da Monte dei Paschi su Mediobanca nella giornata di venerdì. Mediobanca con il Ceo Alberto Nagel prepara la sua “linea del Piave”, che coincide con la ricerca della sponda col mercato e fa asse con il collega di Generali Philippe Donnet a contare le prospettive dell’operazione sono i suoi strateghi: Francesco Gaetano Caltagirone, il costruttore ed editore romano e Francesco Milleri, Ceo di Delfin, la finanziaria della famiglia Del Vecchio, intendono vincere il terzo tempo della battaglia per Piazzetta Cuccia e il Leone di Trieste dopo le due sconfitte contro Nagel nel 2022 (Generali) e nel 2023 (Mediobanca) nei voti per il rinnovo del consiglio d’amministrazione.
Il ruolo del governo Meloni su Mps-Mediobanca
Nel ruolo di cavalleria ausiliaria a Caltagirone e Delfin si è posizionato il governo di Giorgia Meloni, con il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti che ha benedetto l’operazione e la presidente del Consiglio intenta a presentare la manovra come una tutela del risparmio. Con oltre l’11% delle quote, lo Stato è ancora presente in Mps dopo aver scaricato oltre metà del capitale nell’ultimo biennio, e per Meloni veder espugnata la roccaforte di Mediobanca avrebbe un significato politico forte.
Il governo guidato dalla leader di Fratelli d’Italia sta cercando da tempo di pilotare la costruzione del “terzo polo” concorrente a Intesa San Paolo e Unicredit cercando dapprima, soprattutto via Lega, sponde su istituti come Bpm e provando ora, dopo la scalata di Piazza Gae Aulenti al gruppo di Piazza Meda, a usare come leva le ambizioni di Caltagirone e Delfin per posizionarsi laddove le dinamiche salottiere non sono mai riuscite a portare la destra.
Il momento “abbiamo una banca” di Meloni?
Nel 2005 Piero Fassino e Giovanni Consorte, al vertice dell’Unipol, ebbero una famosa telefonata poi rivelata nei contenuti da Il Giornale in cui il segretario dei Democratici di Sinistra esclamò il famigerato “ma allora abbiamo una banca?” riferendosi alla possibile convergenza col centrosinistra del polo ipotizzato con la scalata del gruppo assicurativo bolognese alla Banca Nazionale del Lavoro. Ebbene, questo è il momento “abbiamo una banca” della destra meloniana, il tentativo di far sponda con poteri della galassia finanziaria per scalzare roccaforti ritenute impermeabili alla tradizionale struttura del centrodestra.
Risulta impenetrabile, da tempo, Mediobanca; lo risultano, storicamente, i due colossi Intesa e Unicredit in cui dettano legge le fondazioni bancarie che hanno in più casi (da ultimo il rinnovo dei vertici di Cariplo) inflitto sonore scoppole alle ambizioni della maggioranza dopo aver respinto le ben più strutturate e solide ambizioni di Silvio Berlusconi nei suoi nove anni di governo.
Unipol è ancora un attore di sistema, in sinergia con Bper, ma affonda le sue radici nell’Emilia-Romagna vicina al centrosinistra e Mps rappresenta la più solida base su cui il management vicino al governo, in particolare l’ad Luigi Lovaglio, può permettere all’esecutivo di rivendicare positivi risultati gestionali. E dunque la piattaforma di lancio per fare di Rocca Salimbeni la base logistica della scalata al sistema finanziario da parte dell’asse tra lo Stato-banchiere e il nuovo “salotto buono” romanocentrico. Prima tappa, Piazzetta Cuccia. Seconda tappa, potenzialmente, Trieste e Generali, che in termini di impermeabilità per la destra fa gli straordinari: Ceo francese (Philippe Donnet), logiche espansionistiche sull’asse con il mondo transalpino, respinta al mittente di ogni critica per affari come la joint venture con Natixis sul risparmio gestito, mal vista da Fdi e alleati.
Il governo sfida il mercato
Scalando Mediobanca, Mps con il governo azionista si troverebbe a poter giocare un ruolo nel rinnovo del management di Generali. Ma è qua che il meccanismo rischia di cortocircuitarsi. Nel mondo bancario-assicurativo, infatti, le logiche di mercato difficilmente mentono. Per completare l’Ops serve l’alleanza tra Mps e i colossi della finanza internazionale, da BlackRock a Norges Bank passando per un’ampia platea di fondi americani e britannici. Ad oggi, sembra che gli operatori abbiano bocciato l’operazione, come dimostrato dalla secca perdita borsistica subita da Mps venerdì.
Nagel e Donnet hanno portato in dote agli azionisti utili e prospettive di crescita record proprio rompendo le logiche salottiere a cui la finanza italiana era associata. Dalle loro mosse Generali e Mediobanca hanno ottenuto utili record e con loro anche Caltagirone e Delfin, azionisti di minoranza che cercano di sbancare le due piazze via Mps.
Nel frattempo, se davvero servirà un aumento di capitale di Mps per completare l’Ops, anche lo Stato dovrà contribuire con 4-500 milioni sui 4-5 miliardi di euro necessari. Una potenziale perdita secca non compensata nemmeno dalla copertura che i compagni di scalata a Mediobanca hanno con i profitti delle partecipazioni nei due istituti-bersaglio, come ha riportato Dagospia. Siamo certi che la volontà di Meloni di “avere una banca” valga questo possibile esborso a perdere e la messa in discussione dell’architettura di mercato del mondo finanziario e assicurativo italiano? Le risposte non sembrano essere necessariamente positive.
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