Mps assalta Mediobanca, Piazzetta Cuccia prova l’arrocco e si prepara alla conta in assemblea su Banca Generali. La calda estate delle banche italiane prosegue tra tensioni e colpi di scena e un vero e proprio stallo alla messicana dove ognuno è al contempo chiamato ad attaccare e difendersi. Le acque si sono mosse quando nell’apparente calma ferragostana Monte dei Paschi di Siena ha comunicato che oltre il 13% degli azionisti di Mediobanca ha deciso di aderire all’offerta pubblica di scambio lanciata ormai sette mesi dal gruppo guidato dall’ad Luigi Lovaglio e partecipato all’11% dallo Stato italiano.
La scadenza dell’8 settembre è sempre più incombente e entro quel giorno i soci del gruppo guidato da Alberto Nagel dovranno decidere se accettare o meno l’offerta da 13,3 miliardi di euro (23 azioni Mps ogni 10 azioni Mediobanca, valorizzate del 5%) per l’intero capitale dello storico “salotto buono” e attuale porta sulla finanza internazionale del mercato dei capitali milanese.
L’azione di Mps su Mediobanca e Generali
L’arrembante strategia, sostenuta dal governo di Giorgia Meloni, con cui il management di Mps vuole prender il controllo di Mediobanca, gode del sostegno di Francesco Gaetano Caltagirone e della finanziaria Delfin, legata alla famiglia Del Vecchio (Luxottica), azionisti sia di Mps che di Mediobanca. Il 13% si proietta di fatto a un 43% sostanziale, dato che Delfin detiene poco meno del 20% e Caltagirone poco meno del 10% del capitale di Piazzetta Cuccia. La prospettiva di un superamento del primo obiettivo, il 35% del capitale, appare ormai scontata e Mps intende mettere in campo con questa quota il controllo di fatto del gruppo.
La scalata a Mediobanca imporrebbe un ingresso in forza di Mps nel dossier Generali, dove a loro volta Caltagirone e Delfin, esponenti di un capitalismo nazionale estremamente attento alle logiche del controllo sul capitale delle aziende prima ancora che sull’accumulazione di dividendi e risultati economici positivi, sono soci. Il “partito romano” sogna di espugnare, via Siena, Milano sfruttando il revanscismo di Delfin e le mire di Caltagirone e arrivare al Sacro Graal del risiko bancario, il controllo della principale società italiana totalmente privata con catena del valore internazionale e presenza nei mercati finanziari europei, che ha in Mediobanca la principale detentrice di capitale. Un obiettivo caro anche a Meloni e ai suoi, desiderosi di aumentare l’influenza della destra italiana nel settore bancario-assicurativo
Nagel sta però dando battaglia: ha già vinto tre battaglie di mercato contro Delfin e Caltagirone, difendendo la leadership del Ceo di Generali Philippe Donnet in asse con gli investitori internazionali nel 2022, blindando la sua poltrona in Piazzetta Cuccia nel 2023 e bissando la vittoria di Trieste nella scorsa primavera. Il “Capitano”, così è soprannominato in Mediobanca, ha nei mesi scorsi sparigliato provando a operare quella che negli studi militari è chiamata “difesa elastica”, che consente di barattare il sacrificio di posizioni fisse per acquisire mobilità e capacità di contrattacco.
Il contrattacco su Banca Generali
La scelta di Nagel di promuovere un’offerta totalitaria per Banca Generali barattando il capitale di Mediobanca nella capofila assicurativa per la partecipazione di controllo nella sua divisione bancaria con sede in CityLife, ha proprio l’obiettivo di depotenziare la strategia di Mps, Caltagirone e Delfin separando il futuro di Mediobanca da quella del Leone di Trieste. Il 21 agosto Nagel dovrà affrontare una decisiva assemblea dei soci volta a discutere dell’Ops Mediobanca-Banca Generali.
L’azione, “per un valore di 6,3 miliardi di euro”, nota Morningstar, è stata facilitata dal fatto che “il 25 luglio, Mediobanca ha ricevuto la comunicazione che il governo non intendeva usare il Golden Power per l’OPS su Banca Generali, ossia i poteri speciali per bloccare o apporre particolari condizioni all’operazione in nome dell’interesse nazionale”. Il 21 agosto l’obiettivo di Nagel è dimostrare di avere ancora una maggioranza operativa e funzionante, capace di seguirlo su un’azione strategia formalmente espansiva ma di fatto eminentemente difensiva e volta a fissare una soglia di azionariato capace di essere una vera e propria “linea del Piave”.
Nagel spera che i grandi investitori internazionali, come il fondo Norges e gli azionisti anglo-americani, consolidino la fiducia nei suoi confronti. La speranza è che, così facendo, Caltagirone e Delfin vedano l’Ops di Mps tenuta lontana dalla soglia finale del 66% e che a decidere sulla governance sia, l’anno prossimo, un’assemblea di mercato. Capace di riaprire ogni gioco politico-finanziario nel gotha del mondo degli investimenti nazionali.