Sono giorni caldi per Monte dei Paschi di Siena, sempre protagonista della partita bancaria italiana, nel 2026 come nel 2025. Se l’anno scorso il dossier critico era stata la scalata di Mps a Mediobanca, “big bang” della finanza nazionale del 2025, quest’anno la partita è tutta interna a Rocca Salimbeni: da qui ad aprile Mps affronterà la sfida del rinnovo del consiglio di amministrazione di fronte all’assemblea dei soci e il crocevia del piano strategico pluriennale da validare di fronte alla Banca centrale europea.
Tutto ruota attorno alla figura di Luigi Lovaglio, Ceo del gruppo che è stato salutato come artefice del suo rilancio e della vittoria in Mediobanca prima di essere messo in discussione dall’inchiesta scoppiata a novembre e in cui è risultato indagato assieme a Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri, presidente di Delfin per presunte malversazioni legate proprio alla scalata a Mediobanca, su cui gli inquirenti di Milano sospettano le ipotesi di reato di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza per una presunta coordinazione delle azioni su Piazzetta Cuccia tra il management e i primi azionisti del gruppo senese.
La sfida di Lovaglio in Mps
Lovaglio, nell’attuale situazione, si troverà chiamato fuori dall’interlocuzione con gli azionisti finalizzata alla composizione della lista del consiglio d’amministrazione uscente che il board presenterà ad aprile. Una scelta volta a dividere il rischio, confermando la sua guida fino all’assemblea stessa ma dando in mano al presidente Nicola Maione e agli head-hunter l’obiettivo di stilare una lista al di sopra di ogni polemica. Vale – ed è bene ribadirlo – la presunzione di innocenza. Ma non c’è dubbio che la posizione di Lovaglio, in quanto indagato per il caso Mediobanca, sia quantomeno scomoda.
A lista completata, “Lovaglio, amministratore delegato dal 2022, potrà esprimere il proprio voto sui candidati, tra cui potrebbe figurare anche lui stesso, se i principali azionisti – Delfin (17,5%) e Caltagirone (10,2%) – sceglieranno di confermarlo”, nota Business People.
Il Ceo inizierà, in ogni caso, il mese di febbraio con il rush finale per il piano strategico che dovrà portare all’attenzione di Francoforte in tempi stretti e a Siena da tempo aleggia il timore che “il piano possa arrivare firmato da un amministratore delegato che non verrà confermato, creando incertezza proprio nel momento in cui il mercato attende chiarezza sulle mosse di integrazione con Mediobanca”.
Su questo dossier ruoterà il giudizio della Bce sul piano strategico. Mps sarà chiamata a scelte importanti per materializzare le aspettative di valorizzazione dell’affare Mediobanca. Lo scenario, infatti, vede l’Eurotower contraria a ritardi nell’integrazione delle due banche. Secondo Deutsche Bank, Mps potrebbe costruire sinergie per 600 milioni di euro includendo Mediobanca: 300 milioni, in particolare, sul versante del risparmio di costo per la sinergia con l’istituto scalato tramite offerta pubblica di scambio.
Mps e Mediobanca, fusione o no?
Ad oggi Mps mantiene senza integrarla l’86% di Mediobanca, di cui la Bce raccomanda il delisting e l’integrazione graduale. Mediobanca non è una banca come tutte le altre, è un centro d’influenza finanziaria e una cassaforte di partecipazioni importanti come quella in Generali. La prospettiva per Siena potrebbe essere quella di integrare le attività ordinarie su cui è possibile fare efficienza e strutture assimilabili come Mediobanca Premier, mantenendo nome e brand di Piazzetta Cuccia per le grandi operazioni da boutique finanziaria, di advisory e di legame con la grande finanza internazionale.
L’agenzia MF-News Wires ha ben riassunto le analisi di Deutsche Bank:
La fusione consentirebbe a Mps di acquisire il 100% di Mediobanca, mantenendola come controllata integralmente posseduta e focalizzata sui business specializzati. Una struttura che renderebbe il gruppo più snello, migliorerebbe l’agilità strategica e avrebbe un impatto positivo sui ratio patrimoniali, stimato in circa 50 punti base. L’eventuale diluizione per gli azionisti potrebbe essere compensata da un programma di buyback, con la possibilità – secondo i calcoli degli analisti – di restituire oltre il 50% della capitalizzazione di mercato di Mps nell’arco di quattro anni.
Il prezzo di Mps a Piazza Affari risente probabilmente anche della speranza per queste aspettative, tanto che Bank of America si è esposta esprimendo un giudizio “buy” sul titolo della banca più antica del mondo. Ora Mps deve mantenere le promesse di fronte a un giudizio del mercato che l’ha portata ad avere un valore di quasi 27 miliardi di euro, poco meno di sette volte il fatturato di circa 4 miliardi di euro previsto per il 2025. Un rapporto superiore anche a banche ben più ramificate come Unicredit e Intesa San Paolo e che incorpora senz’altro le aspettative positive per il futuro. Aspettative a cui il Monte è chiamato a dar risposta.
Il mantenimento di Mediobanca, ad oggi, senza passi ulteriori rischia di non far cogliere la ratio di un’operazione che ha sconvolto la finanza italiana nel 2025 e che pochi si aspettavano seguita da una stasi. Il procedimento giudiziario di Lovaglio, Caltagirone e Milleri, innocenti fino a prova contraria, pesa relativamente poco in una dinamica di mercato che si evolverà a prescindere da quanto accadrà nei Tribunali. In un contesto magmatico, il mercato teme la stasi. E Mps dovrà mostrare di aver visione strategica. La sovrapposizione tra il rinnovo del board e il nuovo piano strategico, chiaramente, pone il rischio di cortocircuiti se non adeguatamente governata.

