Capire la finanza, per capire il mondo FOLLOW THE MONEY

Il Tesoro scarica un’ulteriore tranche di quote di Monte dei Paschi di Siena e scende dal 26 all’11% del capitale della banca più antica del mondo. Nelle casse dello Stato entra circa un miliardo di euro, che andrà a consolidare il tesoretto di privatizzazioni che il ministero dell’Economia e delle Finanze intende costruire: Giorgia Meloni vuole vendere asset di proprietà dello Stato per 20 miliardi entro il 2026 e finora metà di un obiettivo difficile da raggiungere, più di 3,5 miliardi, è venuto dal collocamento di oltre il 50% della banca salvata dallo Stato otto anni fa.

Il romanzo di Mps si avvia alla conclusione, ovvero il totale ritorno in mani private del capitale, ed è interessante analizzare come attorno all’istituto senese si siano collocate, con quote segnaletiche, diverse entità finanziarie partecipanti al grande gioco del sistema di potere economico nazionale. E attorno a Rocca Salimbeni si può animare la partita per il terzo polo bancario di cui da tempo si parla. Ovvero la possibile nascita di una coalizione di istituti che crei un attore capace di competere ad alto livello con il duopolio di Intesa San Paolo e Unicredit, non tanto per contestarne il predominio come istituti con proiezione internazionale ma per creare una solida alternativa sui territori.

In Mps sono entrati Banco Bpm, con il 5%, a cui si aggiunge un ulteriore 1% in mano alla società di risparmio gestito Anima, controllata da Piazza Meda, che è salita al 4%; al tempo stesso è entrato il costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone assieme a Delfin, la finanziaria della famiglia degli eredi di Leonardo Del Vecchio, fondatore di Luxottica. Per entrambi è emersa un’ascesa al 3,5% delle quote, che posiziona il duo che ha già importanti partecipazioni in Generali e Mediobanca in un altro perno attivo del capitalismo italiano. Un perno attorno cui si capirà l’effettiva volontà espansiva degli attori che non solo sperano in un ritorno di Mps alla piena operatività di mercato, dunque alla creazione di flussi di cassa e dividendi, ma puntano anche a veder crescere la loro influenza sul sistema finanziario.

Vale per Caltagirone e Delfin, già respinti con perdite in Mediobanca e Generali dal duo degli ad, Alberto Nagel e Philippe Donnet, col supporto dei fondi internazionali che partecipano al capitale di Piazzetta Cuccia e del Leone di Trieste. Vale per Banco Bpm, il cui tentativo di espansione oltre i confini della Lombardia intende prendere le mosse dell’ingresso nel capitale della banca senese. E varrà anche per chi potrà metter mano sull’11% residuo. Tutte le attenzioni sono su Bper e il suo azionista di riferimento, Unipol: l’ad del gruppo assicurativo bolognese che coordina l’attività dell’istituto emiliano-romagnolo, Carlo Cimbri, ha di recente fissato precise condizioni di mercato per un ingresso nel capitale dichiarandosi interessato a valutare le “potenzialità del business bancassicurativo del Monte, in particolare nel ramo Danni”.

Il terzo polo, dunque, potrebbe non essere una banca o un’alleanza di istituti pronti a creare un sistema coeso, ma potrebbe nascere come “metodo”, riabituando al mercato, sovrapponendo settore bancario-finanziario e assicurativo, quegli istituti in crisi che hanno vissuto anni di sospensione, come Mps, che potrebbero diventare il punto di riferimento per accordi e dialoghi tra chi intende ritagliarsi spazi di mercato in un sistema che fa del consolidamento e delle partecipazioni incrociate il suo punto forte. Mosse da valutare anche in relazione a cosa potrà succedere all’11% che resta in mano al Tesoro e che sarà l’oggetto del contendere del processo di privatizzazione dei prossimi mesi.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto