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Un terremoto inatteso ha scosso il mercato finanziario italiano nella giornata odierna con l’annuncio dell’offerta pubblica di scambio di Monte dei Paschi di Siena su Mediobanca. Una mossa inattesa e di ampia portata, che si inserisce in un quadro complesso di movimenti interni al sistema finanziario italiano e sono la diretta conseguenza di manovre sommatesi nel corso della seconda metà del 2024.

Il Monte, che da fine 2023 in avanti sta tornando sul mercato con lo sgancio da parte del Tesoro che sta vendendo progressivamente le quote di un istituto che meno dieci anni fa era stato salvato dallo Stato ha lanciato ora un’offerta pubblica di scambio da 13,3 miliardi di euro per l’intero capitale di Piazzetta Cuccia, “salotto buono” della finanza italiana dove è alla guida Alberto Nagel.

Dal 2008 a oggi, con la guida Nagel Mediobanca è diventata private banker e consulente d’investimento per operazioni delicate di grandi fondi e altri istituti, oltre che detentore della strategica partecipazione in Generali che crea sull’asse Milano-Trieste il polo finanziario e del risparmio più attivo negli ultimi anni nel Paese.

Le mosse di Delfin e Caltagirone

Il fatto nuovo che ha portato all’attacco di Mediobanca è stato l’ingresso in Mps, a novembre, di Delfin, la finanziaria degli eredi del fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio, e del costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone, oltre al dinamico Banco Bpm che ora si trova ad affrontare un tentativo di annessione di Unicredit.

Delfin e Caltagirone hanno visto Mps, in cui lo Stato sta vendendo le quote, come il campo base da cui tentare, per l’ennesima volta, la scalata a Mediobanca e Generali. A Piazzetta Cuccia Delfin è primo azionista con il 19,81% delle quote, mentre la finanziaria di Caltagirone è al 7,76%. In Generali i due hanno rispettivamente il 9,93% e il 6,92%, mentre Mediobanca è prima col 13,10%.

Se Mps scalasse Mediobanca, dunque, i due col 3,5% cadauno nell’istituto senese si troverebbero ad avere in mano una leva di Archimede con cui alzare il mondo della finanza italiana. Ma sarebbe impossibile che l’attuale management di Mps, guidato dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio, si muova senza una sostanziale copertura dei principali soci di capitale del gruppo, e qua il riferimento va ovviamente allo Stato italiano, che con l’11% mantiene una quota importante.

Il faro del governo su Generali

Il governo di Giorgia Meloni ha guardato di traverso, nei giorni scorsi, l’attivismo di Generali e il suo legame con Natixis, gruppo francese con cui ha costruito una joint venture per il comune management del risparmio gestito, che secondo Fratelli d’Italia annacquerebbe l’italianità del Leone di Trieste.

Il partito della premier ha criticato la decisione avallata da Philippe Donnet, Ceo di Generali, e in quest’ottica la mossa di Mps potrebbe essere letta come un’azione sinergia del partito romano, che va da Caltagirone al governo, sostenuto dall’arrembante Delfin per scalare Milano e via Piazzetta Cuccia arrivare a Generali ove, peraltro, a maggio ci sarà il rinnovo del consiglio di amministrazione. Donnet cerca un quarto mandato, ma una Mediobanca in via di legame con Mps aprirebbe scenari di sfida da parte del duo Caltagirone-Delfin che ha provato nel 2022 a disarcionare il Ceo francese in Generali e nel 2023 ha sfidato Nagel in Mediobanca, finendo in entrambi i casi respinto.

I rischi dell’operazione

Del resto, il valore di Mediobanca fuori dal perimetro attuale costituito da Nagel e legato sulla fiducia del sistema finanziario milanese in Piazzetta Cuccia è proprio intrinsecamente legato a Generali, dato che nel bilancio per il 2023 Mediobanca ha registrato ricavi per 3,6 miliardi di euro e un maxi-utile di 1,2 miliardi legato per oltre l’83% (più di un miliardo) ai proventi delle partecipate, ovvero Generali e in secondo luogo Compass. A ciò si aggiunge il capitale relazionale che però è intrinsecamente legato alla capacità del gruppo di giocare da attore di mercato e di sistema e potrebbe esser messo a repentaglio qualora tornassero logiche definite “salottiere” e romanocentriche.

Visto che l’Ops dovrà essere accettata da molte banche e fondi non solo nazionali, da Mediolanum a BlackRock, è proprio quest’ultimo dato ciò che pone seri dubbi sulla tenuta potenziale del deal e sulla sua efficacia. Tanto che i ben informati dei mercati non escludono che forse, in fin dei conti, la mossa serve soprattutto a uso interno di Mps, come leva per un aumento di capitale da 4-5 miliardi che consenta al gruppo più antico del mondo di superare i 13 miliardi necessari a realizzare l’operazione. Sarebbe un valore praticamente doppio di quello del 2022 per un’istituzione finanziaria che sta cercando da tempo il ritorno a un’operatività di mercato ordinaria non necessariamente garantita dall’attività su Mediobanca. In prospettiva, se aumento di capitale sarà per finanziare l’Ops, dovranno pagarlo i soci di Mps. Dunque anche, per ora, il contribuente italiano sarà chiamato a finanziare, di fatto, la guerra privata dei capitani d’industria e bancari. Siamo certi che queste siano le partite che aiutano il sistema a crescere?

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