Nei prossimi anni l’Italia dovrà prendere in considerazione un’ondata di crisi bancarie e di fallimenti di comuni ed enti locali come possibile fattore di dissesto del suo sistema economico-finanziario. L’agenzia di rating Moody’s, nei mesi scorsi sicuramente la più clemente e comprensiva verso le difficoltà del sistema-Paese, lancia ora l’allarme sul tema. Indicando nell’Italia, assieme a Francia e Spagna, il ventre molle dell’Eurozona per le criticità economiche legate alla pandemia e le incertezze su una pronta uscita dalla doppia trappola sanitaria e economico-sociale. Un lungo tunnel al termine del quale si stenta a rivedere la luce.

E se nel contesto macroeconomico comunitario il sostegno della Banca centrale europea e le politiche di bassi tassi aiutano gli Stati a finanziarsi vantaggiosamente e a essere posti al riparo dagli attacchi speculativi, é a livello locale che Paesi come l’Italia devono temere le buriane più minacciose. La sovrapposizione tra l’aumento delle sofferenze bancarie e la crescita delle situazioni di dissesto negli enti locali può creare un combinato disposto che, nel prossimo biennio, rischia di mettere al tappeto ogni prospettiva di rilancio dell’Italia e di impantanarne l’economia con un nuovo ridimensionamento dopo la batosta della Grande Recessione.

Come fa notare La Stampa, “Secondo le stime della banca angloasiatica Hsbc, le sofferenze bancarie italiane passerebbero dai 116 miliardi di euro di fine 2019 ai 196 dell’anno in corso” e non é un caso che la stessa Bce tema un’ondata di default sui prestiti garantiti alle imprese, per quanto le autorità europee abbiano recentemente messo in campo, nel peggior momento possibile, la devastante riforma sulla dichiarazione di insolvenza (per la quale bastano 90 giorni) che rischia di portare a un’impennata dei crediti deteriorati in pancia alle nostre banche. Moody’s classifica l’Italia come uno dei Paesi a maggior rischio di una crisi bancaria, e inoltre ritiene che nei prossimi mesi molti enti locali saranno costretti a rinegoziare i propri debiti e le proprie passività, messi in difficoltà dal crollo delle entrate (dall’imposizione fiscale ordinaria a loro spettante agli ingressi per turismo, attività industriali e servizi) e dalle dure discipline di bilancio.

“I Comuni rischiano il default, rischiano di non dare più l’assistenza domiciliare ad anziani e disabili, di non potere più pulire le città, né fare la manutenzione delle strade, di non avere i soldi per nidi e materne”, aveva avvertito a maggio Virginio Merola, sindaco di Bologna del Partito Democratico, preoccupato dal travolgente aumento delle difficoltà finanziarie della sua e di altre città. La città felsinea, ai tempi, lamentava un buco di bilancio di 30 milioni di euro e Merola, intervistato da Repubblica, chiedeva sostegno e attenzione da parte del governo. L’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci), parimenti, ha richiesto al governo fondi e risorse, ma non ha voluto affrontare i problemi strutturali che negli ultimi venti anni hanno progressivamente depauperato i Comuni, primo fra tutti l’imposizione del patto di stabilità e dell’austerità di bilancio agli enti locali, che penalizza particolarmente i comuni più piccoli.

Ma negli anni a venire la situazione rischia di essere sempre più drammatica. Già nel 2019, quando si dibatteva del cosiddetto provvedimento Salva-Roma, l’Università Ca’ Foscari di Venezia aveva lanciato allarmanti notizie dopo aver analizzato lo stato finanziario dei comuni italiani. Roma era allora gravata da un debito-monstre di 12 miliardi di euro, 592 amministrazioni locali nello scorso trentennio hanno dichiarato il “dissesto finanziario”, ovvero sono state definite “incapaci di assolvere alle funzioni e ai servizi indispensabili” o non sono riusciti a far fronte ai creditori “con il ripristino dell’equilibrio di bilancio”, mentre un decimo dei comuni italiani, circa 800, ha rischiato la bancarotta. Catania è andata in dissesto nel 2018 e rappresenta la città italiana più popolosa a essere ora “commissariata” sotto il profilo finanziario. Dal 2017 al 2019, riporta la Ca’ Foscari, tra i capoluoghi di provincia con più di 50mila abitanti sono andate in dissesto Cosenza, Benevento, Terni e Caserta.

Situazioni drammatiche su cui la fine delle politiche emergenziali sul fronte interno rischia di impattare ulteriormente. Dal rinvio delle scadenze fiscali al blocco dei licenziamenti, passando per la presenza di forti sussidi pubblici a imprese e lavoratori, per ora il governo ha pompato aria nel sistema senza strutturare risposte di lungo periodo per l’industria, i cittadini, i territori. E la fragilità alle fondamenta rischia di inficiare qualsiasi speranza di ripresa e di ridimensionare ulteriormente un’economia nazionale già provata da anni di recessione e stagnazione. L’allarme di Moody’s invita a leggere la questione in maniera organica e ad ammettere che i problemi prodotti dalla pandemia impatteranno a lungo, accelerando situazioni di rischio preesistenti. Particolarmente critica è la situazione degli enti locali, che a cascata può travolgere anche il fronte delle casse statali: un cambio di paradigma sulla gestione dei fondi da parte dei comuni e una maggiore libertà da vincoli di bilancio eccessivamente stringenti appaiono ora più che mai necessità inderogabili.

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