La geopolitica della corsa allo spazio
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Mario Monti non si smentisce. In un’intervista al Corriere della Sera l’ex premier e senatore a vita rivendica le “dure misure di risanamento” fatte durante il suo esecutivo mettendole in relazione alla risposta allo spread a 574 che il suo esecutivo si trovò ad affrontare e arriva a definire “accattonaggio” il fatto che “componenti importanti della politica italiana siano contrarie al fatto stesso che tornino regole europee, sia pure emendate” in una fase in cui il combinato disposto tra svolta della Banca centrale europea e fine della fase di “liberi tutti” sulle regole rischia di riportare sull’Europa i venti della recessione.

L’economista ed ex rettore della Bocconi definisce “fatto in casa” buona parte del rischio-Paese che il governo Draghi si trova a dover affrontare e si mostra velatamente a favore del ritorno delle regole europee. Monti, tranchant, aggiunge, in relazione alle richieste italiane di nuova flessibilità: ” non siamo nelle condizioni più favorevoli per pretendere che la Bce si allontani dalla rotta” e dalla scelta di decapitare l’inflazione con il rialzo dei tassi “per favorire un Paese che si è messo da sé in questa situazione, pur fruendo di un governo particolarmente autorevole e dopo essere stato il Paese meglio trattato dall’Europa da diversi anni a questa parte”. Monti dimentica che non fu, oltre dieci anni fa, certamente il rigore imposto dal suo governo a far tornare i rendimenti dei Btp e lo spread sotto controllo salvando l’Italia dal rischio insolvenza, ma proprio il ritorno in campo della Bce guidata, da novembre 2011, dall’attuale premier Mario Draghi.

Contrariamente a una narrazione che Monti ha assecondato secondo cui la caduta del governo Berlusconi IV fu dovuta allo screditamento internazionale del Cavaliere e l’austerità imposta dal suo esecutivo la necessaria risposta, è bene sottolineare che dal valore di novembre (570 punti base) lo spread si mantenne su livelli simili per i primi otto mesi del governo Monti, arrivando a 520 al fatidico appuntamento col Whatever it takes di Draghi del luglio 2012. L’Italia si trovava vulnerabile all’offensiva austeritaria e alla compressione monetaria che l’Eurotwer pre-Draghi aveva imposto. Draghi invertì la scriteriata decisione della Banca centrale europea di Jean-Claude Trichet di procedere a due incauti rialzi del tasso di sconto, che crebbe nel 2011 dall’1% all’1,50%, primi e unici rialzi del tasso compiuti dopo la Grande Recessione del 2008 prima dell’annuncio di Christine Lagarde della scorsa settimana.

Draghi, che preparò per tre anni il terreno al quantitative easing, in quella fase iniziava a invertire il rigore monetario. Volendo evitare, in primo luogo, il collasso del credito interbancario e della trasmissione di denaro all’economia. Come ha ricordato Econopoly, “tramite 2011 e 2012 le banche ricevettero, tramite Ltro”, operazioni di rifinanziamento a lungo termine, “ossia operazioni “non Targeted”, circa mille miliardi di euro dalla Bce”. Certo, “è altrettanto noto che, il più delle volte, esse utilizzarono la liquidità per acquistare obbligazioni e migliorare i requisiti di capitale, contravvenendo quindi ai principi di trasmissione monetaria” all’economia reale, ma questa inversione di tendenza aprì la strada perché Draghi convincesse Angela Merkel e i falchi a mettere in campo politiche espansive e in grado di evitare il collasso della moneta unica sotto i colpi della recessione.



Monti, nel 2012, fu politicamente salvato da un disastro ulteriore da Draghi e dalla Bce. Ma oggi chiama ” politiche contraddittorie” quelle compiute allora da Draghi e sottolinea che il Qe “ha di fatto ricreato a Francoforte la commistione impropria tra finanziamento degli Stati e politica monetaria”, una fattispecie che a dire il vero in Europa non può esistere. Questo perché la Bce, e fu la grande critica opposta a Draghi da Paolo Savona ai tempi del governo Conte I, non ha mai proposto politiche di monetizzazione dei deficit o mirate all’economia reale. Anzi, il problema di base del Qe è stata la sua alterità rispetto alle politiche fiscali anti-cicliche che servivano per rilanciare gli Stati e solo col Recovery Fund si sono, in forma peraltro limitata rispetto alle esigenze, concretizzate.

Monti ai microfoni di Via Solferino, insomma, compie acrobazie e dribbla la questione reale sulla pericolosità del ritorno alla stagione di cui fu interprete, quella del rigore che ha avuto, parole dello stesso Monti alla Cnn nel 2013, l’obiettivo di “distruggere la domanda interna” dell’Italia per farle guadagnare posizioni come nazione esportatrice a basso tasso di crescita salariale attraverso la compressione di diritti e tutele. Una stagione che ha messo in difficoltà il Paese creando problematiche e disuguaglianze tutt’ora insanate e su cui Monti, che non ha mai fatto mea culpa, dimostra di avere la memoria corta.

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