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Sulla politica italiana piomba improvvisamente l’eterno ritorno di Monte dei Paschi. La banca senese temporaneamente parcheggiata in capo al ministero del Tesoro è stata proposta dal Mef di Daniele Franco a Unicredit per un’aggregazione che, qualora venisse portata a compimento, risolverebbe un intricato rebus che si trascina da anni.

A Piazza Gae Aulenti, in queste settimane, c’è fermento: il neo ad Andrea Orcel analizza le nuove linee programmatiche per l’Unicredit del futuro, i risultati dell’attività ordinaria parlano di un utile superiore al miliardo di euro nel primo semestre, celebrato anche dal Financial Times come un eccellente risultato, frutto di un calo dei costi (-1,2%) associato a un sostanziale rilancio dei ricavi operativi (+21,4%). La possibilità di rilevare una parte di Mps, depurata dei crediti deteriorati e risanata, per un’aggregazione in grado di dar vita a uno stabile secondo polo competitivo con Intesa San Paolo, a un anno dalla scalata di Ca’ dei Sass su Ubi Banca, alletta e non poco Orcel. Sul fronte politico, invece, l’apertura delle trattative esclusive tra Gae Aulenti e Via XX settembre ha portato in fibrillazione il partito maggiormente interessato al dossier, il Partito Democratico guidato da Enrico Letta.

Il Pd, storicamente egemone a Siena, è riuscito nel 2018 alle elezioni politiche a vincere il collegio uninominale della città toscana portando come candidato quel Pier Carlo Padoan che, da ministro dell’Economia nei governi Renzi e Gentiloni, aveva avviato la copertura pubblica delle azioni della banca più antica del mondo. Ora che i cinque anni entro cui il Tesoro avrebbe dovuto vendere la banca si avvicinano (scadranno nel 2022) la necessità di una svolta appare più urgente che mai. E se da un lato Unicredit era il partner ritenuto ideale dal Nazareno, l’arrivo di Orcel, specialista di fusioni bancarie ritenuto il “Cristiano Ronaldo” del settore, alla guida del gruppo e l’ascesa del governo Draghi hanno cambiato le carte in tavola rispetto all’era del governo Conte II. Quando si scontravano due opzioni contrastanti: la complessa proposta a Cinque Stelle di un’aggregazione tra le tre banche italiane più in crisi (Mps, PopBari, Carige) in un nuovo ente e la fusione prospettata dal ministro dell’Economia dem Roberto Gualtieri e l’Unicredit allora guidata da Jean-Pierre Mustier, la cui accelerazione definitiva sarebbe dovuta venire, a fine 2020, dalla scelta da parte del cda di Unicredit del nuovo presidente: proprio l’onorevole ed ex ministro Padoan.

Il punto è che l’asse Pd-Padoan puntava, essenzialmente, a un’incorporazione di Mps tout court in Unicredit favorita da una consistente spesa di stimolo pubblica per accelerare la fusione; Orcel, invece, chiede al Tesoro e al suo “regista”, il direttore generale e fedelissimo di Draghi Alessandro Rivera, di acquisire solo la parte aziendalmente e industrialmente più interessante di Mps, che potremmo indicare nel ramo centro-settentrionale delle filiali del gruppo e nella controllata per l’internet banking Widiba, sfruttando l’incentivo pubblico fino a sei miliardi e lasciando il resto della banca in mano al Tesoro per future operazioni. Una mossa che, in cda, imbarazza Padoan ma sconfessa anche la linea tenuta dai dem dal 2018 ad oggi, ritenuta funzionale a far passare l’idea che Mps poteva essere ristrutturata senza cambi nella governance, nel personale, nella struttura. E a presidiare un bacino di voti storico in un territorio in cui Mps è il maggiore riferimento finanziario.

Così, evidentemente, non potrà essere. La banca senese necessita di una profonda ristrutturazione, il suo fatturato è sotto i 3 miliardi di euro, dal 2016 ad ha lasciato sul terreno il 30% dei suoi ricavi, un bagno di sangue a cui si è aggiunta la cura da cavallo dei crediti deteriorati, il cui rapporto con l’attivo è atteso salire dal 4,2% del 2020 al 6% quest’anno e al 7,3% nel 2023. Inoltre, ogni acquirente di Mps o potenziale tale non può non avere nella mente il precedente di carattere giudiziario legato alla vicenda di Alessandro Profumo e Fabrizio Viola, ex ad e presidente di Mps nel triennio 2012-2015, finiti sotto processo e condannati in primo grado per aver riportato alla luce i frutti della mala gestio del passato, di fatto salvando Mps dall’esplosione, ma travolti dalla responsabilità penale e civile per fatti non imputabili al loro management. Vicenda sfociata in un processo di cui, si spera, l’appello possa correggere le palesi asimmetrie, ma che pesa come un macigno su qualsiasi prospettiva di vendita di Mps.

Chi rischia di essere preso d’infilata in questa vicenda è Enrico Letta. L’ex premier e segretario Dem ha accettato la candidatura alla Camera per il collegio lasciato libero proprio da Padoan in vista del voto che si terrà tra settembre e ottobre. Ma rischia di subire un contraccolpo politico non secondario alle elezioni suppletive. L’accelerazione della trattativa tra Franco e Orcel, che vuole scalare parte di Mps ma al contempo non vuole accollarsi i crediti deteriorati né i rischi legali, ha preso in contropiede il Pd e messo in imbarazzo tanto Padoan quanto Letta. Padoan, da un lato, perché il neopresidente, astenutosi nel cda che ha dato il via libera alla trattativa, ha visto un rilancio dell’azione nel momento in cui il suo partito ha lasciato a Draghi il controllo di Via XX settembre; Letta, dall’altro, perché le incertezze e le prospettive politiche più incerte connesse alla trattativa ricadranno inevitabilmente sulla sua candidatura nel collegio uninominale che, oramai, ha assunto la valenza di un test politico nazionale.

Orcel, nota l’Huffington Post“ha parlato di esuberi non oltre quelli necessari, quello dei licenziamenti è un tema che scotta e che i sindacati legano a una dimensione molto ampia, circa 5-6 mila, un quarto del totale dei dipendenti della banca. In più ci sono i soldi, fino a 6 miliardi, che il Tesoro deve mettere sul piatto per coprire i costi delle condizioni chieste da UniCredit per andare avanti nell’operazione”. Essa, con i termini attuali, aziendalmente, può aver senso inserendosi nel quadro delle partite per il consolidamento bancario che, in vista dell’attuazione del Recovery Fund, può stabilizzare la finanza italiana. Ma strutturalmente e politicamente pone questioni non secondarie legate a una valutazione ex post della crisi del management di Mps e dei legami con il declino di un territorio in cui il Pd e il centro-sinistra sono stati a lungo egemoni per porsi poi come guardiani di una continuità sostanziale col passato che alla prova dei fatti si è resa impossibile.

Lo “spezzatino” di Mps può allontanare da Siena il centro nevralgico della banca, con conseguenti ricadute sismiche per il consenso dei democratici. E se quanto successo pochi mesi dopo le elezioni politiche del 2018, con la vittoria del civico di centrodestra Luigi De Mossi alle elezioni comunali a Siena, pietra miliare che ha posto fine a 70 anni di egemonia della sinistra, dovesse verificarsi alle suppletive con la sconfitta di Letta a favore del candidato Tommaso Marrocchesi Marzi un terremoto bancario avrebbe prodotto un importante conseguenza di ordine politico. Alimentando il lungo romanzo del rapporto tra finanza e politica nell’Italia degli Anni Duemila.

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