Il blitz statunitense in Venezuela ha inviato un chiaro messaggio alla Cina: gli Usa vogliono progressivamente riprendere il totale controllo dell’America Latina. Con le buone o, se serve, anche con le cattive.
Ebbene, se la querelle sul Canale di Panama era l’antipasto di quello che avrebbe fatto Donald Trump a Caracas qualche mese più tardi, Pechino si interroga su quali potrebbero essere le prossime mosse di Washington.
Già, perché nel mirino degli Usa ci sono ora diversi Paesi della regione non affini alla linea del tycoon – come Messico, Colombia ed Ecuador – ossia gli stessi che negli ultimi anni hanno accolto milioni e milioni di investimenti cinesi.
Nel silenzio generale, e nel sostanziale disinteresse generale, il vecchio “cortile di casa” statunitense è stato inondato di yuan e l’influenza di Pechino è cresciuta a vista d’occhio. Ma cos’è riuscito a fare il gigante asiatico? L’elenco è particolarmente nutrito e include la costruzione di infrastrutture strategiche, come porti e strade, nonché l’utilizzo di miniere ricche di minerali strategici e la cooperazione tra aziende cinesi e player regionali nei settori dell’energia e dello Spazio.
I progetti cinesi in America Latina
La punta di diamante della presenza cinese in America Latina coincide con il porto di Chancay, situato a una sessantina di chilometri a Nord di Lima, in Perù (ne abbiamo parlato qui). Il progetto, controllato al 60% dal gigante delle spedizioni China Cosco Shipping (Cosco) e al 40 % da partner peruviani, ha richiesto un investimento complessivo di circa 3,5–3,6 miliardi di dollari, con una parte significativa finanziata da capitali d’oltre Muraglia.
Il porto, operativo dalla fine del 2024, è una specie di hub logistico in grado di collegare via mare l’intera regione all’Asia orientale attraverso l’Oceano Pacifico. In termini più generali possiamo citare poi la produzione di veicoli elettrici, pezzi di ricambio per auto e batterie in Messico e Brasile, i parchi solari in Argentina e Cile, le infrastrutture urbane (le metro di Bogotà e Monterrey), le dighe, mentre tra i progetti più specifici vale la pena citare la 5G City di Huawei nella città brasiliana di Curitiba e la stazione per le comunicazioni spaziali Espacio Lejano in Patagonia.
Tra il 2000 e il 2018, la Cina ha investito 73 miliardi di dollari nel settore delle materie prime, oltre che per la costruzione di raffinerie e impianti di lavorazione in Paesi con notevoli quantità di carbone, rame, gas naturale, petrolio e uranio. Più di recente, Pechino si è concentrata sulla produzione di litio nei cosiddetti Stati del Triangolo del Litio: Argentina, Bolivia e Cile (la triade contiene circa la metà mondiale del litio).
Un nuovo playbook?
Nel 2000, il mercato cinese assorbiva meno del 2% delle esportazioni dell’America Latina, ma negli otto anni successivi gli scambi sono cresciuti a un ritmo medio annuo del 31%. Entro il 2021, il valore del commercio bilaterale aveva superato i 450 miliardi, per poi toccare il record di 518 miliardi nel 2024.
Nel frattempo, la Cina è il principale partner commerciale del Sud America e il secondo dell’intera America Latina. Lo scorso maggio 2025, Pechino aveva addirittura ospitato un vertice con i leader regionali, durante il quale il presidente Xi Jinping aveva annunciato una linea di credito da 9 miliardi destinata agli investimenti nella regione.
La nuova avanzata degli Usa nel loro “cortile di casa” costringerà presumibilmente il Dragone a rivedere i propri calcoli. Il gigante asiatico non abbandonerà la regione ma agirà con molta più cautela. Secondo il Wall Street Journal, Pechino non punterà più a compiere nuovi progressi in America Latina, almeno a breve termine.
Al contrario, il dibattito negli ambienti politici cinesi si sarebbe spostato verso un potenziale compromesso: se l’emisfero occidentale appartiene agli americani, allora lo Stretto di Taiwan appartiene a Pechino. Un compromesso che potrebbe accontentare Xi.