Vince Donald Trump, vince il Partito Repubblicano e vincono anche coloro che speravano in un rilancio delle politiche economiche promosse nell’ultima amministrazione conservatrice: le borse dopo l’esito delle elezioni americane hanno confermato un sentimento che già prevedevano da tempo, e cioè che sarebbe stato The Donald a conquistare la Casa Bianca.
Il Trump 2.0 arriva sull’onda lunga del voto dell’America di “Main Street” che premia una campagna ampiamente finanziata da Wall Street e la sua élite. Su queste colonne abbiamo dato conto dell’ampio sostegno che miliardari attivi nella finanza e nel business hanno dato a Trump, che ha ottenuto il quadruplo dei finanziamenti da quello che, in fin dei conti, è il suo mondo di riferimento. E non parliamo solo di Elon Musk, deus ex machina e ideologo dell’ala libertaria dei repubblicani, ma anche di finanzieri come Timothy Mellon, primo donatore di Trump.
I mercati, lo sottolineavamo in apertura, scontano positivamente il successo del loro beniamino anche, se non soprattutto, perché negli Usa lo scenario ritenuto migliore dalla finanza era quello di una vittoria di The Donald associata a una maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato, premessa di una conferma dell’ambita conferma della riforma fiscale del 2017, in scadenza l’anno prossimo. Il Grand Old Party si è preso il Senato e ora punta la Camera, dove è corsa all’ultimo voto.
Dazi sul fronte esterno, meno tasse su quello interno: gli imprenditori e i finanzieri degli States preferiscono il vulcanico Trump alla strategia del Partito Democratico di rafforzare servizi tramite tasse e prelievi. “La maggior parte degli americani ha pagato imposte sul reddito più basse dal 2018 – e migliaia di miliardi di agevolazioni fiscali svaniranno l’anno prossimo senza un’azione da parte del Congresso”, nota la Cnbc. Sottolineando che per iniziativa di Trump “il Tax Cuts and Jobs Act del 2017, o TCJA, ha temporaneamente modificato diverse disposizioni chiave per i singoli contribuenti. Una battaglia su queste scadenze si profila nel contesto del deficit del bilancio federale“.
“Abbattendo dal 35 al 21% l’aliquota sui redditi d’impresa e introducendo un favorevole scudo fiscale sui profitti generati all’estero e rimpatriati dalla grande impresa Usa Trump ha creato un precedente: l’élite di Wall Street è gravata da un’aliquota d’imposta inferiore alla media nazionale”, notavamo alla vigilia del Covid-19 analizzando il Tcja nel quadro della Trumpnomics e del parallelo aumento di Pil, borse e disuguaglianze economiche negli Stats.
The Donald vuole oggi rafforzare questo taglio a costo di aumentare di 3.400 miliardi di dollari il deficit federale e confermare un trend che ha visto, nel 2018, , i super-ricchi pagare un’aliquota inferiore a quella della classe media, pari al 23%, a fronte del 24,2% versato dalla categoria dei lavoratori semplici, come hanno ricordato gli economisti Gabriel Zucman e Emmanuel Saez dell’Università di Berkeley nel recente volume The triumph on injustice. Trump, votato dalla “Main Street” che aveva seguito Joe Biden nel 2020 e ha ora voltato le spalle a Kamala Harris, dovrà saper bilanciare questa spinta politica al soddisfacimento della sua base, che ha respinto i Democratici in nome di insicurezza, inflazione, rischi per il proprio benessere. E presto The Donald potrebbe essere chiamato a scegliere a quale delle sue roccaforti di sostegno dare priorità.