C’è la Turchia da un lato e ci sono Israele e Emirati Arabi Uniti dall’altro: non è (o non ancora) la previsione di una futuro conflitto in Asia Sud-Occidentale ma, per ora, è una nuova frontiera di rivalità geostrategica a cui dopo il conflitto nel Golfo si potrà aggiungere anche la sfida logistica.
La grande strategia della Turchia
La Turchia, valorizzando la sua posizione geografica e i suoi obiettivi politici, intende al contempo vedere frenata la conflittualità di Usa e Israele con l’Iran e preservare una stabilità della Repubblica Islamica che ritiene tatticamente funzionale alla propria e imparare le lezioni strategiche della Terza guerra del Golfo. Evitare la recrudescenza della guerra da un lato, sfruttare la paura globale per l’effetto-precedente del blocco di Hormuz dall’altro, costruire una nuova politica infrastrutturale e logistica per promuovere il Middle Corridor, l’arteria di interconnessione passante per Anatolia, Caucaso e Asia Centrale, come alternativa non solo ai traffici commerciali ma anche agli scambi energetici del Golfo e sfidare il nascituro progetto del Corridoio India-Medio Oriente-Europa (Imec) che Abu Dhabi e Tel Aviv vedono come cornice strategica chiave.
“La Turchia si distingue come un’isola di stabilità e un rifugio sicuro”, ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, per il quale il Middle Corridor è molto di più di una semplice ambizione, è un sistema concreto che dovrà essere consolidato come piattaforma logistica ed energetica. Ha iniziato l’Iraq, riattivando l’oleodotto che porta dal Kurdistan all’Anatolia, e ora la Turchia mira a sfruttare un percorso geopolitico chiaro e la consapevolezza che potrebbe essere l’interesse di molte potenze veder nascere il suo sistema di riferimento. Il Middle Corridor attraversa Paesi cruciali come l’Azerbaijan, importante fornitore energetico per l’Europa, il Kazakstan crocevia dell’Asia Centrale e gli altri Stati ex sovietici, per poi saldarsi ai progetti infrastrutturali cinesi della Belt and Road Initiative che puntano, a Sud, anche verso il Pakistan alleato della Turchia e protagonista, oggi, della mediazione tra Usa e Iran.
Le ambizioni della Turchia sul Middle Corridor
La geologistica spinge la strategia economica e The Diplomat ricorda che sul fronte del commercio ferroviario e degli scambi via terra il Middle Corridor, che permette un attraversamento ben più rapido rispetto ai traffici marittimi e si pone anche come alternativa alla prospettiva che a Hormuz si sommi un nuovo blocco del Mar Rosso ad opera degli Houthi, consente un viaggio delle merci dalla Cina all’Europa in 10-14 giorni. Il progresso della distensione tra Azerbaijan e Armenia, l’apertura della Trump Route for International Peace and Prosperity (Tripp) nell’ex area contesa del corridoio di Lachin e la recente riapertura del valico di frontiera turco di Alican con la stessa Armenia che è parso un messaggio distensivo di Ankara a Erevan (a lungo nemica dell’alleato azero), lasciano pensare che anche gli Stati Uniti, che nel Middle Corridor hanno interessi orientati alla ricerca di rotte alternative per il gas per l’Europa rispetto alla Russia e per il traffico di materie prime critiche dall’Asia centrale, possano avere un atteggiamento non ostile al progetto.
The Diplomat specifica che da tempo il Middle Corridor è resiliente: “Il traffico merci lungo il corridoio è aumentato di 2,5 volte solo nel 2022, raggiungendo 1,5 milioni di tonnellate , spinto principalmente da necessità geopolitiche. Entro il 2024, i volumi di merci erano cresciuti di un ulteriore 62% su base annua, raggiungendo 4,5 milioni di tonnellate , un aumento di tre volte in soli due anni. Oggi, oltre il 60% del traffico container lungo la rotta è costituito da merci cinesi destinate all’Europa” e la sfida per la Turchia sarà consolidare la rilevanza del progetto sganciandolo, per poterlo presentare come conveniente per il suo sistema di alleanze e partnership, dall’immagine di “autostrada” per la Repubblica Popolare e far sì che “con volumi di merci che si prevede raggiungeranno gli 11 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030 , la rilevanza a lungo termine del corridoio dipenderà dalla sua capacità di superare un modello basato su interruzioni e di radicarsi a livello istituzionale”. In tal senso, Ankara intende anticipare la messa a terra di Imec e mostrare la concretezza della sua strategia per valorizzarsi come Paese-ponte tra sistemi-mondo diversi e competitivi tra loro. Espandendo di conseguenza la robustezza della sua agenda geopolitica.
La resilienza, sfida del Middle Corridor
Il German Marshall Fund for the United States ha ricordato che nell’ottica turca il Middle Corridor “non sostituisce le altre rotte, bensì ne rappresenta un’alternativa complementare. Poiché nessun singolo corridoio è in grado di garantire flussi ininterrotti, la resilienza degli scambi commerciali dipende dalla diversificazione” e in tal senso è possibile che possa essere l’energia il volano strategico che può dare robustezza a questa piattaforma di connettività che al tempo stesso sarebbe in grado di ammiccare alla Cina, a cui darebbe un volano per le Vie della Seta, e agli Usa, fornendo un’infrastruttura capace di tagliare fuori su molti fronti Russia e Iran.
“Ogni giorno transitano attraverso il Bosforo oltre 3,5 milioni di barili di petrolio, e un oleodotto di 1.700 km che collega Baku al porto turco di Ceyhan, sul Mediterraneo, trasporta già fino a 1,2 milioni di barili di petrolio”, nota il Financial Times, secondo cui nel quadro del Middle Corridor Tripp potrebbe “riattivare il progetto, attualmente inattivo, del gasdotto Trans-Caspio, che dovrebbe trasportare 28 miliardi di metri cubi di gas dall’Asia centrale all’Europa attraverso la Turchia”. Ankara pensa in grande e spera di poter concretizzare investimenti e visioni prima che la proiezione di Imec attiri attenzioni economiche e politiche nella corsa alla ricerca ad alternative per by-passare Hormuz. In tal senso, la pace nel Golfo offre la possibilità per provare a non dipendervi più fattivamente. Ed è un campo su cui Ankara vuole giocare le sue carte.
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