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In un breve file di una cartella e mezza, divisa in 13 paragrafi, potrebbe essere condensata ogni linea guida per il futuro di Paesi in crisi come l’Italia. A questa breve quantità ammonta la lunghezza della bozza di accordo sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes) che il direttore tedesco del fondo salva-Stati, Klaus Regling, ha trasmesso alle cancellerie dell’Unione europea secondo quanto appreso da Repubblica.

Il board del Mes (Alberto Bellotto)
Il board del Mes (Alberto Bellotto)

A Regling, uno dei burocrati più potenti d’Europa, abbiamo riconosciuto e riconosceremo sempre l’assenza di ogni ipocrisia: dalle anticipazioni che Repubblica ha pubblicato, infatti, le linee guida del programma Pandemic Crisis Support assomigliano più al Mes che eravamo abituati a conoscere che a quello “narrato” nei vertici tra i capi di governo e i ministri delle Finanze di tutta l’Unione europea.

Nelle linee guida del Mes, infatti, spunta la questione della “sorveglianza rafforzata” da parte di Commissione europea e Banca centrale europea sui Paesi che decideranno di accedere ai prestiti del fondo. “Un richiamo alla vecchia Troika (manca l’Fmi)”, commenta Repubblica, “che in teoria potrebbe portare alla richiesta di un doloroso programma di aggiustamento macroeconomico. Tuttavia nei prossimi giorni la Commissione dovrebbe chiarire l’interpretazione di questo passaggio, neutralizzandolo: se il monitoraggio trimestrale da parte delle istituzioni Ue è inevitabile, si attende la garanzia che non porterà a condizionalità aggiuntive, cambio di scenari e tanto meno a un programma in stile Grecia. In caso contrario, il nuovo Mes nascerebbe pressoché inutile”.

La realtà dei fatti insegna che le condizionalità leggere nel ricorso al Mes esistono solo sulla carta. E Regling, negli spazi di manovra che la politica comunitaria gli ha ritagliato, non manca di sottolineare come l’idea di Mes da lui concepita somigli maggiormente a quella intesa in senso tradizionale. Certo, nelle intenzioni dei decisori, e Regling lo ribadisce, il Mes dovrebbe servire unicamente a spese sanitarie da compiere entro un anno per una quota del 2% del Pil dei richiedenti (36 miliardi di euro per l’Italia).

Ma nella realtà tutti sanno che il consolidato di norme e regolamenti comunitari non cessa di avere efficacia. Il trattato istitutivo del Mes ricorda a cosa serve il programma di sorveglianza: a valutare l’efficacia delle misure poste come condizionalità.

L’Articolo 136 del Tfue, che inserisce indirettamente il Mes nell’architettura europea, non parla di condizionalità leggere

E non cessa di avere validità anche il Regolamento 472/2013, nel quale si legge esplicitamente che l’intensità della sorveglianza economica “tenga nel debito conto la natura dell’assistenza finanziaria ricevuta, che può variare da un semplice sostegno precauzionale sulla base delle condizioni di ammissibilità fino a un programma completo di aggiustamento macroeconomico subordinato a condizioni politiche rigorose”, consentendo poi ai leader europei la facoltà di deliberare in corsa modifiche ai piani di aggiustamento strutturale.

Fonti del governo italiano hanno definito a Repubblica una “buona base negoziale” il memorandum del Mes giunto ai governi europei. Oggi tecnici e sherpa dei ministeri economici dei Paesi europei avvieranno le prime negoziazioni, destinate a culminare tra una settimana in un lungo tavolo negoziale e, nella giornata successiva, nell’Eurogruppo da cui è atteso il via libera definitivo al meccanismo. I dubbi rimangono, e sono notevoli. A Regling va il riconoscimento di non aver nascosto, nei limiti del possibile, nulla sulla reale natura del Mes. Ora sta al governo italiano valutare opportunità e rischi e pensare se valga la pena incamminarsi su questo sentiero.