Paolo Savona interviene esprimendo la sua idea sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e proponendo riforme al trattato istitutivo del “fondo salva stati” ma, al tempo stesso, gettando acqua sul fuoco delle preoccupazioni circa un commissariamento economico dell’Italia. In un’analisi ospitata da Il Sole 24 Ore l’attuale presidente della Consob ed ex ministro agli Affari europei nel governo Conte I.

In particolare Savona esprime la sua perplessità sull’effettiva conformità tra gli obiettivi del Mes e la sua operatività pratica. “Ben venga lo strumento”, sottolinea Savona, se ci fosse conformità a quanto riportato nel trattato istitutivo, in cui “è detto che il Mes interviene solo come prestatore di ultima istanza”, funzione che l’accademico sardo riteneva indispensabile conferire in Europa alla Banca centrale europea.

Tale presa di posizione non deve stupire: bisogna ricordare che Savona è un economista di scuola monetarista cresciuto alla “scuola” della Banca d’Italia targata Guido Carli, ed è naturale nel suo pensiero l’attenzione prioritaria alle istituzione monetarie. Ma il suo ragionamento non termina qui. Savona sottolinea che al Mes mancano gli indispensabili principi di illimitabilità nella disponibilità di moneta e tempestività nella capacità di intervenire sui mercati che un vero ed effettivo prestatore di ultima istanza dovrebbe detenere. Condizionando il suo intervento a favore dei Paesi europei in difficoltà all’applicazione di pacchetti di riforme economiche e misure di austerità il Mes si sta comportando, dal 2012 a oggi, come la continuazione della Troika e non ha strumenti in grado di permettergli di agire in maniera tempestiva.

Inoltre, sottolinea Savona, per quanto cospicua, la dotazione del Mes non è illimitata: “Il suo capitale sarà di 705 miliardi di euro (l’Italia contribuirà per il 17,8%, pari a 125 miliardi, di cui otto da versare subito) e opererà sotto incisive condizionalità. Poiché però può raccogliere fondi sul mercato, la sua inadeguatezza a svolgere la funzione di prestatore di ultima istanza può essere colmata”.

La proposta riforma del Mes rischia di rendere ancora più rigida l’architettura del fondo salva-Stati. Dall’intervento emergenziale si tratta perché il Mes passi a una politica di commissariamento preventivo dei debiti pubblici dell’Eurozona e possa richiedere preventivamente le misure condizionali in genere necessarie solo in caso di crisi sistemica. Mantenuto fuori dai trattati Ue come organismo separato il Mes, in questo senso, si trasformerebbe in uno strumento di controllo eccessivamente oneroso.

Molto diversa la proposta di riforma che Savona immagina. “Ho proposto che al Mes venisse attribuito il potere di risolvere il problema dell’assenza di uno European safe asset, per fermare in Europa il risparmio che si andava spostando sui titoli americani a seguito dei maggiori tassi pagati, tra gli altri, sugli American safe asset, ma soprattutto per agganciare i ricavati delle emissioni di questo strumento per avviare a soluzione gli eccessi di debito pubblico”. In altre parole, un’evoluzione obbligazionaria dell’idea di prestatore di ultima istanza europeo, una camera di compensazione per il rafforzamento dell’euro e il freno alla fuga di capitali.

Idee molto diverse dalla cessione totale della sovranità economica che il combinato disposto Mes-austerità garantirebbe nei prossimi anni. Con un’aggiunta rassicurante per il nostro Paese: “Resto dell’avviso che l’Italia non avrà necessità di ricorrere al Fondo perché il suo debito pubblico è solvibile e non è esposto a rischi di ridenominazione, salvo che non sia oggetto di un forte attacco speculativo mosso da istanze di un possibile guadagno o da politiche a noi contrarie che violano i fondamenti dell’Unione europea”. La fiducia nell’Italia e nel suo governo, da parte di uno dei pesi massimi dell’economia italiana, non mancano: ne saprà il Conte II essere degno ai tavoli negoziali?

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