Dopo le rassicurazioni è il turno delle minacce, più o meno velate. Il commissario europeo (uscente) per gli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici, ieri era a Roma per incontrare Giuseppe Conte e Roberto Gualtieri. Il piatto forte della rimpatriata era, ovviamente, il Meccanismo europeo di stabilità, lo stesso che in Italia ha acceso una feroce polemica. Già, perché pare che Conte abbia avallato la riforma del trattato senza avvisare il Parlamento, ma soprattutto è stato appurato come il cosiddetto Fondo salva-Stati rappresenti in realtà una mannaia più che un aiuto concreto per quei Paesi in grave difficoltà economica. Da qui nascono sia l’opposizione a spada tratta della Lega a una modifica che “aiuta le banche francesi e tedesche” sia la perplessità del Movimento 5 Stelle, preoccupato dalle dichiarazioni del presidente dell’Abi:

Se passa la riforma, le banche non compreranno più titoli di Stato

Captati i primi malumori, Moscovici è volato in Italia, oscillando tra il Quirinale e Palazzo Chigi, al fine di disinnescare una bomba potenzialmente letale per i piani di Bruxelles.

La lezioncina di Moscovici

Intervistato dal Corriere della Sera, Moscovici ha provato a smorzare le tensioni: “Voglio ribadire che nessuno vuole mettere l’Italia sotto tutela: è un grande Paese e un membro dell’Unione europea, ma deve avere fiducia nelle istituzioni internazionali. La riforma del Mes è accettabile e vantaggiosa per l’Italia. Per quanto riguarda gli investimenti privati, nel nuovo accordo di bilancio non ci saranno mutamenti profondi. L’accordo rappresenta un nuovo passo avanti verso l’Unione bancaria “. Lo stesso Moscovici ha anche tirato una frecciatina a Roma, facendo capire che bloccare la riforma comporterebbe la paralisi dell’intera “rete di sicurezza del fondo di risoluzione delle banche”. Ma da queste parole si scopre anche la vera utilità del Mes, uno strumento di sostegno per gli istituti bancari mascherato da salvagente per gli Stati in difficoltà economica.

La frecciatina di Berlino

Archiviata la lezioncina di Moscovici, è il turno della Germania. Berlino sceglie però di essere più schietto. A parlare in rappresentanza del governo tedesco è il ministro delle Finanze Olaf Scholz, che ha sparato a salve in un’intervista rilasciata a Repubblica: “Con il Fondo salva-Stati rafforziamo l’Eurozona, perché gli Stati siano in grado di superare meglio le crisi che verranno” Primo campanello di allarme: Scholz parla esplicitamente di crisi, non di crescita e futuro radioso. Che il ministro dia per scontato l’arrivo di nuove turbolenze per il sistema bancario e che la riforma del Mes sia soltanto un tentativo per puntellare le banche quando quel momento arriverà? Domanda senza risposta. Ma andiamo avanti, perché Scholz passa poi a spiegare il funzionamento del Meccanismo europeo di stabilità, sottoposto a complesse valutazioni tecniche “ad altissimo impatto politico e sociale”. Per evitare guai, come ad esempio le attuali polemiche sul Mes, Scholz propone un’altra idea d’Europa: “Per l’ Ue dobbiamo accelerare i processi decisionali e impedire i veti. Dobbiamo rinunciare al principio dell’ unanimità nella politica estera e delle finanze. Dobbiamo poter decidere a maggioranza”. Ma, sia chiaro, nella maggioranza citata da Scholz non c’è spazio per l’Italia.

L’endorsement di Gentiloni e Mattarella

In ogni caso, come si legge su Il Foglio, per Paolo Gentiloni non ha alcun senso allarmarsi. Secondo l’ex premier l’accordo sarebbe frutto di una trattativa “più che accettabile” e l’Italia dovrebbe smetterla di farsi del male da sola “perché queste rappresentazioni hanno delle conseguenze sui mercati”. Guai ad attaccare l’Europa, non solo per le possibili risposte negative dei mercati (scusa valida per ogni stagione) ma anche perché avere posizioni del genere, a detta di Gentiloni è “molto preoccupante”. A Gentiloni fa eco Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica italiana è stato eloquente: “È crescente livello di collaborazione garantito dall’Unione a proteggere le comunità nazionali, i cittadini europei, da tensioni esterne così forti che nessun paese europeo, da solo, potrebbe fronteggiare”. Guai mettere in dubbio i diktat provenienti da Bruxelles.