La riforma del Mes contiene numerose criticità, a cominciare dalla cruciale trasformazione delle cosiddette clausole di attivazione collettiva (Cac) da dual limb a single limb. Introdotte nell’Eurozona nel 2013, queste clausole sono collegate ai titoli del debito pubblico e consentono a uno Stato di rinegoziare alcuni termini degli stessi titoli, come ad esempio gli interessi e le scadenze. Qual è la loro utilità? In caso di un’ipotetica crisi del debito le Cac servono per procedere a una sua ristrutturazione più ordinata. Fin qui, infatti, per cambiare i termini di un titolo era necessaria l’approvazione della maggioranza dei detentori dei titoli del debito sia “in totale” che all’interno di ogni sottocategoria dei titoli stessi (ricordiamo che scadenze e interessi diversi contribuiscono a creare varie sottocategorie). Con la riforma del Mes i titoli del debito pubblico dei Paesi dell’Eurozona, a partire dal 2022, non dovranno più avere una clausola di azione collettiva a maggioranza doppia bensì a maggioranza singola. In altre parole, come spiega l’agenzia Agi, sarà “sufficiente la maggioranza del totale dei detentori del debito pubblico” cosicché “eventuali maggioranze nelle varie sottocategorie non avranno quindi la possibilità di bloccare la ristrutturazione del debito”.

L’importanza delle Cac

Detto in altri termini, sarà più facile procedere verso l’eventuale ristrutturazione di un debito sovrano di un Paese in difficoltà che abbia avuto l’esigenza di rivolgersi al Mes. Già, perché i governi dell’Eurozona in crisi – fatto salvo quelli con debiti i sostenibili, come ad esempio l’Italia – avranno tutto il diritto di ottenere il tanto agognato salvagente da Bruxelles; in cambio dovranno però sottostare a una serie di diktat sanguinosissimi. Certo, l’Europa ha subito rassicurato la platea spiegando che la ristrutturazione del debito non sarà automatica e che la riforma nasce per proteggere i governi in caso di default. Proprio la ristrutturazione del debito pubblico rappresenta la minaccia numero uno, perché questo meccanismo, scrive il quotidiano La Verità, prevede di ridurre il capitale da rimborsare o gli interessi, oppure posticipare i pagamenti dovuti rispetto alle scadenze. Va da sé che uno Stato sovrano non ha alcun bisogno delle Cac, proprio perché è quello stesso Stato, attraverso la sua banca centrale, ad emettere la valuta in cui quel debito è denominato. Dunque, chi acquista titoli di Stato in Giappone, Stati Uniti o Ungheria non correrà mai l’eventualità di non essere rimborsato, dal momento che uno Stato che contrae debito nella sua valuta non rischia alcun default.

Condizioni di accesso ai prestiti

Le vecchie clausole presupponevano un accordo tra uno Stato alle prese con la ristrutturazione del suo debito e la maggioranza degli investitori. Poiché gli Stati emettono debito in tante emissioni, doveva esserci – come abbiamo spiegato – una doppia maggioranza: a livello di debito complessivo e in ogni singola emissione. La riforma del Mes spalanca le porte alla sola maggioranza a livello complessivo, cioè la single limb. Tutto questo crea una condizione rischiosissima per i privati: nel caso in cui uno Stato fosse spinto dal Mes a ristrutturare il proprio debito per ottenere una serie di aiuti economici, potrebbe farlo con molta più facilità. Sia chiaro: le porte del Mes sono aperte solo per quei Paesi in comprovata difficoltà economica e in linea con determinati parametri. Chi non è in “regola” e vorrà accedere alla linea di credito, dovrà sottoscrivere un’apposita intesa con il Fondo salva-Stati per attuare azioni correttive. E fra queste potrà esserci anche il coinvolgimento del settore privato attraverso la ristrutturazione del debito.

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