Nelle scorse settimane, l’Unione europea e il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) hanno siglato un ambizioso quanto controverso accordo commerciale, destinato a creare l’area di libero scambio più estesa del pianeta. L’intesa, che coinvolge oltre 700 milioni di persone e rappresenta circa il 20% del Pil mondiale, promette di abbattere dazi, armonizzare regole e aprire nuovi mercati per imprese, agricoltura e servizi su entrambi i continenti. A pochi giorni dalla firma, tuttavia, il Parlamento europeo ha impresso una brusca frenata: nella plenaria del 21 gennaio 2026, con 334 voti favorevoli, 324 contrari e 11 astensioni, ha approvato una risoluzione che rinvia l’accordo alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. L’obiettivo dichiarato è ottenere un parere consultivo sulla compatibilità dell’intesa con i trattati Ue, sospendendo di fatto il processo di ratifica parlamentare previsto nei mesi successivi.
Nella narrazione dominante, che promette grandi benefici in termini di Pil e investimenti, Alessandro Volpi, professore associato di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, autore di saggi come I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia (Laterza, 2024) e La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza, 2025), fornisce una visione controcorrente, spiegando che i lati oscuri di quest’accordo ci sono, eccome. E sono più dei benefici. Lo abbiamo raggiunto per porgli qualche domanda in merito.
Professor Volpi, partiamo dall’attualità: nei giorni scorsi è stato annunciato un accordo commerciale Ue-India. Cosa ne pensa?
“Mi sembra interessante la prospettiva geopolitica: l’Europa non può continuare ad affidarsi agli Stati Uniti e, pur con dubbi sulla sua reale capacità di farlo (anche per come sono state costruite queste relazioni con gli Usa), stabilire rapporti commerciali più stretti con il mondo indiano può avere senso. Tuttavia, il problema centrale è capire chi sono davvero i vincitori e i vinti di questi accordi. Gli accordi commerciali non sono, come vuole la narrazione dominante, “win-win” in cui vincono tutti: all’interno delle stesse aree coinvolte emergono chiaramente vincitori e perdenti. Aggiungerei che l’accordo appare più come un segnale geopolitico – una sorta di monito rivolto agli Stati Uniti – che come un’intesa con un contenuto economico reale e concreto, che resta difficile da individuare.
Parliamo di Mercosur, rimandato di recente alla Corte di Giustizia. Chi vince e chi perde in quest’accordo?
“Nel caso dell’Europa, c’è un elemento di forte criticità che riguarda soprattutto l’agricoltura. Quando si firmano accordi commerciali con aree come il Mercosur, i produttori agricoli europei avranno crescenti difficoltà, accentuate da una Politica Agricola Comune (PAC) che tende a concentrare gli aiuti solo su poche grandi imprese agricole, lasciando le piccole aziende a beneficiare solo in parte di questi sostegni. In un contesto del genere, è molto difficile che l’agricoltura europea resista”.
Per quale motivo?
“L’agricoltura soffre già oggi, e le cosiddette “condizioni di garanzia” non sono credibili. Esiste solo una quota parte incrementale di prodotti oggetto di defiscalizzazione o quote contingentate, ma il vero problema sta nelle verifiche: quantità reali, qualità dei prodotti e controlli sono estremamente difficili da condurre in modo efficace. Le garanzie appaiono flebili. Non possiamo immaginare che, una volta aperto il libero commercio con Uruguay, Paraguay, Brasile e Argentina – Paesi con prezzi molto più bassi –, le merci non arrivino in grande massa in Europa. È come svuotare una barca piena d’acqua con un cucchiaino: l’accordo appare dannoso per il mondo agricolo europeo, che già vive una serie di difficoltà (aumento dei prezzi di fertilizzanti ed energia, ecc.).Inoltre, il 60% degli aiuti agricoli va a un numero limitatissimo di grandi aziende: i piccoli agricoltori rischiano di essere spazzati via, non solo in Europa ma anche nelle aree del Mercosur”.
Cioè?
“Lì, grandi gruppi (spesso americani) si sono trasferiti, trasformando i piccoli produttori in manodopera industrializzata; poi esporteranno verso l’Europa, diventando ancora più forti. Questo rafforzerà ulteriormente i grandi azionisti di queste aziende, ovvero i grandi fondi finanziari come BlackRock e State Street. Sono Kellogg e altri gruppi multinazionali che beneficeranno maggiormente dell’accordo di libero scambio”.
Sono queste grandi aziende che vogliono a tutti i costi tali accordi?
“C’è una pressione spasmodica per firmare questi accordi perché l’Europa potrebbe esportare in quei Paesi beni importanti (macchinari, farmaci, servizi finanziari). È evidente la spinta di Confindustria e di alcuni settori: portare lì le aziende europee, riaprire stabilimenti, sviluppare spezzoni dell’industria farmaceutica. Il Mercosur risulta molto favorevole per un nucleo di grandi aziende americane e per alcuni colossi europei specializzati nel riarmo e nella produzione di fertilizzanti. Ma non certo per l’agricoltura”.
Quindi dei “vincitori” ci sono eccome.
“Questo accordo Mercosur è particolare: da un lato crea perdenti chiari, che sono gli agricoltori – soprattutto i piccoli –, non solo come settore economico ma anche come presidi territoriali e presidi di autonomia locale. È inutile discutere degli effetti del cambiamento climatico senza considerare che l’agricoltura rappresenta un presidio territoriale essenziale. Si registra anche una spaccatura interna allo stesso mondo agricolo, che finirà per frammentarsi ulteriormente. I produttori di vino, per esempio, sono in gran parte favorevoli: dopo anni di chiusure protezionistiche in vari mercati, sperano ora di poter vendere nell’area Mercosur. Senza certezze reali, però, e si aggregano al “carro” di chi trarrà benefici (servizi finanziari, chimica, riarmo), mettendo in difficoltà i presidi territoriali”.
Ci sono anche degli effetti sulla salute e sui territori, no?
“È chiaro che molti prodotti del Mercosur provengono da multinazionali che usano ampiamente fitofarmaci e sostanze particolari. Le garanzie che questi Paesi mantengano standard compatibili con quelli europei sono molto difficili da verificare. L’Europa ha sempre fatto valere il principio di precauzione, fondamentale per la salute collettiva, ma temo che questo meccanismo verrà progressivamente indebolito. In sintesi, l’accordo provocherà un danno sensibilissimo all’agricoltura europea (e non solo), favorendo invece grandi gruppi in alcuni settori strategici – gruppi che, alla fine, non mi sembrano in grado di dare un segno positivo per l’economia reale e per i territori”.