I crediti deteriorati (in inglese Npl, non performing loans) stanno venendo gradualmente gestiti e smaltiti dalle banche italiane in maggiore sofferenza per l’elevata esposizione degli Npl alla vigilanza europea e ai vincoli di stabilità dei portafogli.

Nel contesto dell’accresciuta regolamentazione, molto spesso pagata a duro prezzo dagli istituti maggiormente oberati, gli Npl, specie se beneficianti di garanzie statali, stanno venendo scambiati con sempre maggiore liquidità.  L’Osservatorio Npl di Banca Ifis ha calcolato che i prezzi dei crediti deteriorati protetti da una garanzia (secured) non sono variati eccessivamente tra il 2018 e il 2019, passando dal 33% al 34% del valore nominale dei crediti, mentre quelli unsecured hanno visto la crescita effettiva del prezzo dal 6 all’8%.

Molti Npl fanno riferimento a immobili incamerati da banche e società dopo operazioni finanziarie o fallimenti aziendali. L’acquirente di Npl può ottenere la possibilità di acquistare gli immobili a un prezzo vantaggioso (solitamente il 20-30% in meno rispetto al valore di mercato).

A giugno 2016, dopo la prima fase della tempesta bancaria che ha sconvolto il Paese tra Toscana e Veneto, lo stock di Npl in Italia ha iniziato a essere oggetto di dinamiche di compravendita sempre più intense: oggi lo stock residuo è di 325 miliardi di euro, da cui però vanno stralciati 79 miliardi di crediti facenti riferimenti a attività difficili da riscattare per gli acquirenti.

Tra gli attori maggiormente attivi nel mercato Npl, Banca Ifis si è specializzata gradualmente come un front-runner. Entrata nel 2011 nel mercato degli Npl, la banca veneta è stata nel quadriennio 2015-2019 una delle più attive nel settore. Con 18,6 miliardi di euro di Npl rilevati nel quadriennio 2015-2019, Banca Ifis è stata seconda solo Quaestio Management Capital (29,2 miliardi di euro di acquisti), società di gestione del risparmio con sede nel cuore del distretto finanziario di Milano recentemente rilevata da Dea Capital.

Monte dei Paschi di Siena si è sbarazzata di quasi 33 miliardi di euro nel periodo considerato, doppiando un attore come Banco Bpm (16,3 miliardi) e anche Intesa San Paolo, limitata a 13,8 miliardi di vendite nonostante abbia rilevato gli Npl delle banche venete messe in liquidazione.

Tra i maggiori operatori venditori di crediti deteriorati ci sono Unicredit con 41,5 miliardi di euro di Npl ceduti, Mps con 32,8 miliardi di euro, Banco Bpm (16,3 miliardi) e Intesa Sanpaolo 13,8 miliardi. In testa alla classifica Unicredit, che nella sua linea di business ha adottato la strategia di vendere numerosi portafogli Npl, con oltre 41 miliardi.

Con l’acquisto di un valore nominale di 8,5 miliardi di euro di Npl nel 2020 Ifis ha annunciato di voler guidare la crescita delle transazioni lorde in Italia dai 32 miliardi stimati nel 2019 ai 37 attesi per il 2020. Il mercato, in ogni caso, si fonda su attività che gli operatori sono obbligati a recuperare, e si presta a forme di speculazione che gli operatori politici dovranno saper regolare. Finché la procedura di recupero Npl e loro valorizzazione rimane a base nazionale, questo processo può avvenire in maniera snella ed equilibrata. Ma se dovesse entrare a pieno regime la direttiva europea Npl 2018/0063, che mira a costruire un mercato integrato dei crediti deteriorati e a unificare le procedure per il recupero crediti nell’Unione, la questione potrebbe divenire molto più complessa. Il rischio di veder planare sul Paese fondi-locusta desiderosi di banchettare sugli Npl nazionali e di portarne la titolarità fuori dai confini italiani è concreto: è nell’interesse nazionale perimetrare all’Italia il mercato, estremamente delicato, dei crediti deteriorati. A cui corrispondono asset potenzialmente in grado di essere rivalorizzati.