Non è piaciuto a Donald Trump l’ultimo rapporto sull’occupazione di luglio, che ha innescato una piccola crisi politica a Washington: la Casa Bianca ha dato il benservito al messaggero, vale a dire alla commissaria dell’Ufficio Statistiche sul Lavoro, Erika McEntarfer, accusandola di aver “truccato” i dati per fargli un dispetto politico. Il provvedimento è arrivato poche ore dopo la pubblicazione di numeri peggiori del previsto: solo 73.000 posti di lavoro creati a luglio e una massiccia revisione al ribasso per maggio e giugno (-258.000 posti rispetto alle stime precedenti), che danneggiano il presidente degli Stati Uniti su uno dei suoi cavalli di battaglia, l’economia.
Trump aveva fatto della ripresa economica post-pandemia, post-restrizioni malviste dalla sua base Maga, uno dei pilastri della sua campagna per la rielezione: ha quindi definito i numeri “manipolati” e ha promesso un cambio al vertice per “ripristinare l’affidabilità” delle statistiche federali. Una scelta che non è piaciuta alla comunità economica e a numerosi esponenti politici, non solo dell’opposizione ma anche repubblicani. Secondo William Beach, ex commissario del Bureau of Labor Statistics nominato da Trump stesso, non c’è modo per il commissario di alterare i dati, che derivano da un complesso processo di raccolta e revisione mensile, in vigore dal 1979.
“Il licenziamento di McEntarfer è grave perché quello è un posto non politico, viene nominato in forma non partisan”, ci dice via email Martino Mazzonis, giornalista, documentarista, esperto di cose americane. “Quel che non piace lo cancello: dati istituzionali, elezioni, sondaggi. Tutto sempre messo in discussione se non piace al presidente. Così niente è più vero, e tutto lo è, a seconda del punto di vista”.
I dati negativi figli dell’incertezza
Sul fronte economico, l’indebolimento del mercato del lavoro potrebbe paradossalmente favorire Trump sul piano monetario. Con la crescita rallentata, la Fed potrebbe sentirsi costretta a tagliare i tassi d’interesse già a settembre. L’inflazione resta sotto controllo, ma i segnali di frenata (in parte dovuti ai dazi imposti dalla Casa Bianca e alla stretta sull’immigrazione) stanno allarmando anche i membri più prudenti del board della Federal Reserve.
Il licenziamento di McEntarfer mette però in discussione l’indipendenza dell’apparato statistico americano, da sempre considerato un pilastro neutrale della democrazia economica. Per Jed Kolko, ex funzionario del Dipartimento del Commercio, si tratta di un “attacco deliberato all’integrità del sistema statistico statunitense”. E per molti osservatori, il danno reputazionale potrebbe essere difficile da riparare.
Una domanda è allora, nel contesto della campagna 2025-26, come si intreccerà il dibattito sui tassi d’interesse, le tariffe commerciali e la narrazione di un’economia “in boom” promossa da Trump. Qui siamo alla palla di vetro: “Il vero grande tema è capire se e quanto i dazi faranno un danno all’economia”, dice Mazzonis. “I dati sul lavoro sono chiaramente figli dell’incertezza oltre che un rallentamento dell’economia e, forse, anche un primo effetto dell’Intelligenza Artificiale, del suo impatto”.
Certo i Dem faranno campagna sui tagli al welfare e Trump parlerà di economia che corre. “Ma se non corre, come abbiamo visto con Biden che diceva: abbiamo fatto questo e quello, le cose vanno meglio, mentre correva l’inflazione e i costi erano (sono) eccessivi per quasi tutto, la gente lo sa”.

