Alla fine è successo l’esatto opposto di quanto auspicavano esperti e analisti. La guerra in Medio Oriente, anziché offrire una leva energetica agli Stati Uniti per fare pressione sulla Cina, ha accelerato la fuga di Pechino dal mercato petrolifero. Il Dragone ha infatti proseguito con decisione sullo sviluppo delle energie rinnovabili, dal solare all’eolico. Il fiore all’occhiello del gigante asiatico coincide tuttavia con il passaggio in massa alla mobilità elettrica. Secondo un’analisi di Jefferies gli Electric Vehicle (Ev) hanno spostato circa 1,4 milioni di barili al giorno della domanda di petrolio cinese nella prima metà del 2026, in aumento del 42% anno su base annua. Cosa significa? Semplice: che una parte del petrolio che sarebbe stata consumata per benzina e diesel non è più necessaria perché le auto elettriche usano elettricità. Non si tratta di un dettaglio da poco. Già, perché i 33,7 milioni di tonnellate di petrolio equivalente coinvolti rappresentano circa il 6% delle importazioni di greggio della Cina nel 2025, ovvero 1,4 milioni di b/d (barili al giorno, più di quanti ne produca la maggior parte dei membri dell’Opec) e quasi il triplo degli 0,5 milioni di b/d registrati nella prima metà del 2023.
Non solo: lo scorso giugno i veicoli a nuova energia, formula che include anche quelli ibridi, hanno registrato un record del 63% delle vendite di autovetture cinesi. C’è un altro aspetto da considerare: Pechino ha sottratto alla domanda mondiale un volume di petrolio paragonabile a quello che la guerra ha sottratto all’offerta, ma lo ha fatto in modo strutturale e permanente.
L’ultima rivoluzione della Cina
L’Agenzia internazionale per l’energia ha fatto presente che i consumi di petrolio destinati alla combustione in Cina hanno ormai raggiunto un plateau, spinti dai cambiamenti strutturali dell’economia e dalla rapidità con cui il Paese sta sostituendo i motori a combustione con forme di trasporto alternative. Il fattore deciviso di questa rivoluzione green può essere sintetizzata nel fatto che quasi due su tre nuovi veicoli passeggeri venduti in Cina sono modelli ibridi elettrici o plug-in. Il petrolio “spostato” dagli Ev è quasi triplicato in soli tre anni. A lungo, la storia dei veicoli elettrici è stata raccontata in termini di vendite, quote di mercato e numero di automobili elettriche sulle strade. Oggi, però, la misura più importante potrebbe essere un’altra: quanto petrolio quei veicoli non consumano più.
Da questo punto di vista la Cina, uno dei maggiori consumatori di petrolio al mondo, è al centro di una trasformazione epocale. Con milioni di automobilisti che stanno passando dalle auto a benzina e diesel ai veicoli elettrici e ibridi plug-in, la domanda cinese di combustibili fossili è destinata a indebolirsi sempre di più. E gli effetti vanno ben oltre l’industria automobilistica: meno domanda di petrolio significa potenzialmente meno importazioni di greggio, minore attività di raffinazione e nuove valutazioni sugli investimenti energetici di lungo periodo.
Lo scacco matto di Pechino?
Il boom dei veicoli elettrici di Pechino non sta quindi più soltanto trasformando il mercato dell’auto. Sta iniziando a rimodellare il panorama energetico globale. Il controllo delle rotte marittime attraverso cui passa il greggio del Golfo per alcuni avrebbe dovuto danneggiare la Cina. La chiusura di Hormuz ha invece prodotto un effetto quasi opposto. La crisi ha offerto ai produttori cinesi il più potente argomento di marketing possibile per una tecnologia che il Paese già domina: l’auto elettrica. É interessante chiedersi cosa succederà quando Hormuz riaprirà e il petrolio tornerà a fluire normalmente. Se nel frattempo la Cina avrà ridotto strutturalmente la propria domanda e continuerà a esportare nel resto del mondo le tecnologie che permettono di fare altrettanto, il valore strategico di quel chokepoint sarà molto diverso. Un Paese che ha già sottratto 1,4 milioni di barili al giorno alla propria domanda di olio nero e che, contemporaneamente, esporta al resto del mondo i mezzi per ridurla a sua volta non è un Paese che può essere facilmente messo sotto pressione chiudendo uno Stretto.
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