L’Italia vede la sua crescita frenare e le prospettive per il 2025-2026 parlano di rischi ulteriori di contrazione dello sviluppo del Paese, ma al contempo i fondamentali dell’Italia restano solidi. E l’endorsement dato dal Ceo di Intesa San Paolo, Carlo Messina, alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni suona come una scommessa sul Paese in una fase critica di rifinanziamento del debito pubblico.
L’Ufficio Parlamentare di Bilancio (Upb) ha monitorato gli effetti delle congiunture economiche e delle manovre del Governo degli ultimi anni e riportato di recente stime al ribasso per la crescita italiana dal 2024 al 2026. Rispetto alle precedenti previsioni, che parlavano di una crescita superiore al punto percentuale tra l’anno in corso e quello successivo, l’Upb ha sforbiciato i dati e frenato gli entusiasmi italiani: +0,7% lo scorso anno, +0,8% nel 2025 e +0,9% nel 2026.
Salari stagnanti e dipendenza dall’export
Parliamo, comunque, di un risultato in territorio positivo e non è scontato dopo ventidue cali consecutivi della produzione industriale su base mensile, il ridimensionamento del mercato tedesco andato in recessione e una serie di manovre di bilancio costrette a scontare i timori di passi falsi del Governo e le oggettive congiunture pro-austerità provenienti da Bruxelles.
La realtà parla di un contesto in cui l’economia regge trainata dall’export delle imprese di un sistema che si posiziona, comunque, tra i vincitori della globalizzazione e che si inserisce in un trend che vede i Paesi dell’Europa mediterranea cavarsela sostanzialmente meglio, in questa fase, del Nord rigorista e della Francia. Al contempo, però, i consumi privati dei cittadini hanno subito danni sostanziali dalla crisi dell’inflazione e si prevede che nel 2025 restino ancora del 3% inferiori al 2019, ultimo anno prima del Covid-19.
La quota sostanzialmente bassa e stagnante dei salari e la dipendenza dall’export creano in contesto per cui a livello europeo una crisi di domanda può ripercuotersi con gravi conseguenze sul sistema-Paese Italia, la cui tenuta dipende dal buon corso dell’economia internazionale. In questo contesto critico, la notizia positiva è rappresentata dal fatto che la finanza pubblica pare al riparo da minacce speculative o usi politici del debito contro il Paese. Di recente, è arrivato per Meloni l’endorsement di Messina, Ceo della prima banca italiana, Intesa San Paolo, che è perno del sistema finanziario nazionale e istituzione finanziaria osservata da molti attori che investono nel nostro debito pubblico.
Perché il mercato scommette sull’Italia
Messina ha detto che Meloni è “molto apprezzata dagli investitori internazionali”. La premier conservatrice si è conquistata questa fiducia sia per la stabilità politica del suo Governo sia per la disponibilità a mettere da parte l’antico sovranismo di fronte alla fame di asset italiani da parte di molti attori stranieri: si pensi alla decisione di vendere al fondo Kkr la rete Telecom o il 25% di Enilive o l’attenzione data da Meloni alla campagna italiana dell’ad di BlackRock, Larry Fink. E anche di fronte a colpi di testa come l’alzata di muri di fronte al deal Generali-Natixis, opposto in nome della presunta perdita di “italianità” dell’asset management del Leone di Trieste, o il sostegno alla scalata salottiera di Mps su Mediobanca, il mercato non perde occasione di scommettere sull’Italia.
Questo per il Paese pone in essere prospettive positive sul rinnovo del debito pubblico. “Su circa 2.960 miliardi di euro di debito pubblico, 643, oltre il 21,5%, scadranno tra il prossimo anno e quello successivo”, riporta l’Osservatorio Internazionale, aggiungendo che “356 miliardi di euro di emissioni in scadenza nel 2025, 234 dei quali a medio-lungo termine, e 287 nel 2026”. La navigazione, su questo fronte, sarà tranquilla anche perché altri Paesi come la Francia sono in acque più agitate. Ma la tendenza a una crescita stagnante e non robusta invita a non abbassare la guardia. Il sentiero dello sviluppo del Paese resta molto stretto.

