Mediobanca, naufraga l’operazione Banca Generali. Ora porte aperte per Mps

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L’operazione Banca Generali di Mediobanca e Alberto Nagel fa flop nell’assemblea dei soci di Piazzetta Cuccia e per il Ceo della principale banca d’affari italiana ora sarà durissimo contrastare il vento favorevole all’offerta pubblica di scambio da parte di Monte dei Paschi di Siena sul gruppo che guida dal 2008.

La sfida Mediobanca-Mps-Banca Generali

L’obiettivo era ambizioso: un arrocco tra la quota di Mediobanca in Generali e quella del Leone di Trieste che le permette di controllare la quasi omonima Banca Generali, nel perimetro del principale gruppo assicurativo italiano, al fine di deviare il fiume agli aspiranti scalatori di Piazzetta Cuccia.

Una diga da 6,3 miliardi di euro per far sì che venisse deviato il fiume in cui remavano instancabili i finanzieri-corsari che sfruttano l’ambizione di Mps e del governo Meloni (lo Stato è azionista del gruppo senese) per mettere le mani su Mediobanca e con essa sul colosso triestino in cui Piazzetta Cuccia è il primo azionista: gli ormai noti profili di Francesco Gaetano Caltagirone e del fondo Delfin incombono con maggior forza sul gruppo con sede a due passi dalla Scala dopo che sono stati i soci di Mediobanca a respingere la strategia di Nagel.

Aggirato Nagel: chi ha voltato le spalle a Mediobanca

35% il valore del capitale dei soci che hanno approvato, nell’odierna assemblea dei soci, l’operazione pubblica di scambio di Mediobanca su Banca Generali. Una quota considerevole, ma non sufficiente a superare il 42,9% assommato da “no” e contrari. Tra chi si opponeva, Caltagirone col suo 10%. Tra gli astenuti, il 19,9% di Delfin, che si prepara a scambiare la sua quota per salire a un’analoga partecipazione in Mps, il 5% di Enasarco, Enapm e Cassa Forense, le tre casse previdenziali presenti nel capitale di Mediobanca, il 2% di Edizione Holding, di proprietà della famiglia Benetton e, significativamente, il 2% di Unicredit.

Al di fuori dell’assemblea, un 22% di non votanti che aspettava l’esito di oggi per capire se Nagel avesse ancora una “maggioranza di governo” capace di opporsi all’altro voto su cui i soci di Mediobanca dovranno prendere posizione, l’Ops di Mps, che ha raggiunto il 20% delle adesioni. Caltagirone, Delfin e Luigi Lovaglio, ad di Rocca Salimbeni, hanno fissato due target: un 35% facilmente raggiungibile di adesioni per avere il controllo di fatto di Mediobanca come premessa a un 66% per esercitare un controllo maggioritario e decisivo su Piazzetta Cuccia, estromettere Nagel e il management, integrare molte attività dell’ex “salotto buono” nella rinascente banca toscana e dar vita all’atteso “terzo polo” della finanza nazionale, in alleanza col potere politico romano.

Fino a oggi, Nagel aveva una strategia: opporsi al controllo “di fatto” vincendo la battaglia di Banca Generali. Una strategia che sulla carta aveva un suo senso: muoversi nel terreno del mercato, dove il manager di Mediobanca ha saputo fare del suo meglio trasformando il gruppo in una boutique per operazioni d’alto rango di finanza strutturata, fusioni e acquisizioni e consulenze strategiche, e ottenere la fiducia dei grandi investitori internazionali. La mossa è fallita e la percezione è che ora per Mps si aprano le praterie verso il completamento dell’Ops entro la scadenza dell’8 settembre, ora che la linea del Piave di Nagel non è stata sfondata ma, di fatto, aggirata.

La finanza italiana in un territorio inesplorato

Ora la finanza italiana entra in un territorio inesplorato. Se l’assedio di Milano del partito a guida romana e toscana riuscisse, con il completamento dell’Ops, assisteremmo a un terremoto sistemico nella finanza italiana e nel contesto ambrosiano dominato per ora dai due colossi, Unicredit e Intesa, dalle fondazioni bancarie e dal ruolo di boutique preziosa di Mediobanca. Il flop di Nagel, battuto proprio da quel mercato in cui era stato padrone tra le assemblee dei soci in casa e quelle di Generali vinte nell’ultimo quinquennio, accelera questo esito imprevedibile.

Come signorie antiche, le banche italiane si confrontano, scontrano e dialogano“, si è scritto su ItalStrat, in “una partita di potere tra Stato e mercato, tra modernizzazione e tradizione, tra visione globale e arroccamento nazionale”. Mps-Mediobanca-Banca Generali era il triangolo attorno a cui il risiko bancario si stava strutturando. Ora l’esito sembra definirsi in prospettiva. Ma le due settimane e mezzo che passeranno da qui all’8 settembre potranno riservare nuove sorprese. Nulla è deciso finché i numeri non parlano nel grande gioco della finanza tricolore.

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