L’intervento di Mark Carney al vertice della European Political Community a Yerevan non è stato un esercizio retorico, ma un segnale strategico. Quando il premier canadese ha evocato un ordine internazionale “ricostruito a partire dall’Europa”, ha implicitamente riconosciuto una crisi strutturale dell’architettura dominata dagli Stati Uniti. Non è una rottura formale, ma una ridefinizione dei centri di gravità geopolitici, in cui le potenze medie cercano spazio operativo.
La sede del vertice nella capitale armena, Yerevan, rappresenta un messaggio multilivello. Il Caucaso meridionale è oggi un’interfaccia tra Russia, Turchia, Iran e Unione Europea. Tenere qui il summit significa segnalare una volontà europea di proiezione politica in aree contese, senza però disporre ancora di strumenti coercitivi paragonabili a quelli delle grandi potenze. L’Armenia diventa così un laboratorio di influenza, dove la connettività infrastrutturale sostituisce – almeno per ora – la presenza militare.
Le parole di Carney si inseriscono in un contesto di crescente incertezza sull’impegno americano nella NATO. Le tensioni emerse anche nelle dichiarazioni di Keir Starmer e Emmanuel Macron mostrano una consapevolezza diffusa: l’alleanza resta fondamentale, ma non più sufficiente. Il rischio percepito è quello di un sistema internazionale più transazionale e coercitivo, dove la sicurezza non può più essere “esternalizzata” a Washington.
Il cambiamento più concreto è finanziario. Negli ultimi anni, la spesa per la difesa di Europa e Canada è cresciuta in modo significativo, segnalando un passaggio dalla dichiarazione politica alla costruzione di capacità reali. Tuttavia, permangono dipendenze critiche dagli Stati Uniti: intelligence, difesa missilistica, logistica strategica. L’Europa sta quindi tentando una difficile operazione: aumentare l’autonomia senza rompere l’equilibrio atlantico.
Il ruolo del Canada: risorse e legittimità
Il Canada non si limita a un ruolo simbolico. L’agenda presentata da Carney include minerali critici, energia, tecnologie avanzate e difesa, elementi centrali nella competizione globale. In un sistema in cui le supply chain sono diventate strumenti di potere, Ottawa si propone come partner affidabile per un’Europa impegnata nella riduzione delle dipendenze strategiche, soprattutto verso la Cina.
Ucraina e ordine internazionale
Il conflitto ucraino resta il banco di prova dell’intero sistema. Le dichiarazioni di Volodymyr Zelenskyy evidenziano come l’estate rappresenti un possibile punto di svolta tra escalation e negoziato. In questo quadro, l’Europa non vuole più essere semplice sostenitore, ma attore diretto nei futuri formati diplomatici, rivendicando un ruolo politico proporzionato agli sforzi finanziari e militari.
Il limite strutturale europeo resta la frammentazione. L’Unione non è uno Stato, ma una piattaforma di coordinamento tra interessi nazionali divergenti. Questa debolezza è anche una forza: consente flessibilità e inclusione di attori esterni come Canada e Regno Unito. Tuttavia, quando i costi aumentano, la mancanza di centralizzazione può rallentare le decisioni.
Potenza media e nuovo multilateralismo
L’ipotesi più solida è che stia emergendo un sistema basato su una rete di potenze medie. Canada, Europa e Regno Unito condividono un interesse comune: evitare un mondo dominato esclusivamente da grandi poli come Stati Uniti e Cina. In questo schema, l’Europa diventa il baricentro normativo e finanziario, mentre partner come il Canada forniscono risorse e stabilità.
Nonostante i segnali positivi, il rischio è confondere intenzioni e capacità. Senza una reale integrazione industriale e militare, l’Europa potrebbe produrre più vertici che risultati. La distanza tra ambizione e strumenti resta il principale fattore critico.
Un segnale, non una svolta
Il vertice di Yerevan non segna la nascita di un nuovo ordine internazionale, ma ne anticipa una possibile direzione. La dichiarazione di Carney è un indicatore: il mondo sta passando da un sistema egemonico a uno più regionalizzato e competitivo. L’Europa può diventare un perno, ma solo se saprà trasformare coordinamento politico in potere materiale. Non è ancora chiaro se l’ordine globale verrà davvero “ricostruito dall’Europa”. È chiaro però che, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, questa ipotesi non appare più teorica, ma strategicamente necessaria.
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