La Cina, l’India e i Paesi del Sud Est Asiatico sono i principali protagonisti di quello che viene definito il “secolo asiatico”. Come hanno fatto questi Stati a diventare i player assoluti dell’economia globale? Esiste un minimo comune denominatore nel loro modello di sviluppo e di gestione della cosa pubblica? Ne abbiamo parlato con Marco Marazzi, avvocato d’affari esperto di Asia e autore del libro “Modello Asia. Breve analisi economica del continente del futuro” (Gangemi Editore, 2025).
Cos’è e come funziona il “modello Asia” che dà il titolo al tuo libro?
“Nel volume Modello Asia ho cercato di individuare le caratteristiche comuni nello sviluppo e nella gestione della società e dell’economia da parte dei Paesi asiatici. Ci sono? Sì, anche se chiaramente dipende da quale parte di Asia intendiamo analizzare. L’India, per esempio, sta seguendo un percorso diverso rispetto a quello adottato dalla Cina, mentre i governi del Sud Est Asiatico presentano molte più peculiarità condivise”.
Da cosa è formato questo minimo comune denominatore, radicato per lo più nel Sud-est asiatico?
“Si tratta di Paesi con una forte tendenza all’export, che importano molti capitali, hanno bassi livelli di tassazione per attrarre investimenti e una spiccata propensione all’internazionalizzazione. Questi Governi sono inoltre sviluppisti: guardano principalmente al lato economico dell’equazione, sono orientati innanzitutto alla crescita economica e al rafforzamento del sistema di istruzione nazionale”.

C’è dunque una radice economica. Ci sono però anche differenze politiche da tenere in conto…
“Esattamente. Queste economie collaborano, nonostante presentino tra loro importanti differenze dal punto di vista etnico, religioso e politico. L’Asean (l’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico, ndr) include monarchie costituzionali, Paesi socialisti a partito unico, democrazie… Abbraccia religioni differenti: buddismo, cristianesimo, induismo, islam. Nonostante ciò, riesce a trovare un equilibrio. Possiamo dire che la famosa “unità nella diversità” di cui si parlava nell’Unione europea non è stata realizzata a Bruxelles, ma in Asia. L’Ue tende infatti a imporre gli stessi modelli comportamentali, le stesse leggi e gli stessi regolamenti – anche in tema sociale – a tutti i Paesi membri. Nell’Asean succede l’opposto. Questo vale anche all’interno del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), l’accordo commerciale più grande del mondo che mette insieme Paesi nemici solo all’apparenza, come Giappone e Cina”.
Per quale ragione secondo lei?
“In Asia esiste una spiccata capacità da parte dei Governi di guardare oltre le differenze politiche, se in gioco c’è una convenienza economica. Parliamo di un atteggiamento insito nella natura umana, ma ricordo che con l’amministrazione Biden negli Stati Uniti e con Von der Leyen nell’UE, in Occidente si è preferito mettere l’accento sull’aspetto ideologico della collaborazione tra Paesi. Si è pensato che fosse necessario cooperare solo con le democrazie liberali, ma queste posizioni non portano alcun vantaggio economico”.

Dal suo discorso emerge un’Asia ben definita…
“Mi permetta di dire che l’Asean, per esempio, non è paragonabile all’Ue, innanzitutto perché l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico non ha una moneta unica. Tuttavia, è una piattaforma apprezzabile, è riuscita a mantenere la pace senza ricorrere a interventi esterni e ad aver creato un’alleanza tra Paesi che avrebbero potuto addirittura farsi la guerra tra loro. In Asia ci sono poi, ovviamente, Cina e India che influenzano a loro volta questo blocco, insieme a Giappone e Corea del Sud, che giocano un ruolo non indifferente. Ritengo che India e Cina saranno i vincitori economici e politici del continente: la Germania e la Francia d’Europa, se proprio vogliamo fare un paragone”.
Quale sarà, secondo te, la traiettoria economica cinese nei prossimi anni?
“Il messaggio contenuto nel libro è chiaro: indipendentemente dalla traiettoria che prenderanno i Paesi dell’Asia, soprattutto se parliamo di Cina e India, dobbiamo prestare la massima attenzione all’impatto che le loro trasformazioni economiche avranno sul resto del mondo. Dobbiamo augurarci con tutto il cuore, nell’interesse della stabilità globale, che Pechino e Delhi abbiano successo economico. Speriamo che i cinesi continuino a mantenere uno stile di vita ragguardevole e che gli indiani riescano a raggiungere il livello di sviluppo almeno di un Paese medio dell’Europa dell’Est. La Cina sembra comunque impegnata in una transizione interna e che stia passando da un sistema fortemente orientato verso l’export di prodotti a basso costo a uno orientato verso quelli ad alto valore aggiunto. Ritengo che non crescerà agli stessi ritmi visti in passato, ma che troverà un nuovo modello. La speranza è che ci riesca, altrimenti l’impatto sull’economia globale sarà deleterio”.

Perché l’India è rimasta indietro rispetto alla Cina?
“Pensi che all’inizio degli anni Ottanta il reddito pro capite indiano e quello cinese erano uguali. Poi la Cina ha spiccato il volo, mentre l’India ha cominciato il suo percorso molto più tardi. I motivi sono molteplici. Innanzitutto, dopo l’indipendenza, il Governo indiano ha preferito concentrarsi più sul mantenimento dell’equità economica tra le varie aree del Paese, piuttosto che potenziare quelle zone (lungo le coste) che avevano una maggiore possibilità di sviluppo economico. L’India è stata poi a lungo leader dei cosiddetti Paesi non allineati, non ha abbracciato il commercio internazionale né il capitalismo fino alla fine degli anni Ottsnta-Novanta. Le aziende, di conseguenza, non avevano sufficienti stimoli per innovare, rallentando così lo sviluppo economico. Detto ciò, tra il 1992 e il 1993 il Paese ha cambiato traiettoria. Oggi il governo ha ben chiaro cosa fare. Il Bharatiya Janata Party (BJP) di Narendra Modi al governo è il partito del business e sta dando un orientamento sviluppista alla propria agenda economica. Sta investendo nelle infrastrutture e intende trasformare l’India in una nuova potenza manifatturiera. Questo comporta tuttavia trasformazioni significative, dato che più del 50% della manodopera locale è impiegata nell’agricoltura. Per quanto detto prima, bisogna sperare che Delhi riesca nel suo intento”.
Hai tenuto fuori dalle tue considerazioni Giappone e Corea del Sud.
“Non ho parlato volutamente di questi due Paesi perché nel libro volevo mettere in risalto la “nuova Asia”. Giappone e Corea del Sud fanno parte della “vecchia Asia”. Vengono spesso considerati – soprattutto il Giappone – parte dell’Occidente e sono ormai economie mature. Sia chiaro: entrambi restano player asiatici rilevanti, ma non saranno mai i leader economici del continente. Questa leadership, come detto, sarà dell’India e della Cina. Con altre aggregazioni di Governi intorno ai due giganti”.

Che effetti avrà la guerra dei dazi in Asia?
“Se l’amministrazione Trump intende punire qualsiasi Paese in surplus nei confronti degli Stati Uniti, allora quasi tutta l’Asia dovrebbe essere travolta dai dazi. Non a caso i Governi del continente sono preoccupati, perché temono che le tariffe possano colpire non solo la Cina, ma anche le merci prodotte da aziende cinesi in altri Paesi asiatici. Certo, parliamo di una misura quasi impossibile da implementare, ma la preoccupazione è molta”.
Cosa deve fare l’Italia per accrescere il proprio ruolo in Asia?
“Partiamo dal presupposto che, mentre in India e in Cina abbiamo avuto una presenza più assidua, nel Sud Est Asiatico non siamo affatto conosciuti. Detto questo, ci sono quattro raccomandazioni che darei all’Italia. Primo: dovrebbe stabilire rapporti economici e politici forti e di lungo termine con Cina e India, i due player che guideranno l’Asia. Secondo: dovrebbe essere presente nel Sud Est Asiatico con una presenza capillare, considerandola come un ulteriore mercato oltre a quello cinese. Terzo: dovrebbe iniziare ad attrarre investimenti dall’Asia. L’Italia ha infatti bisogno di investimenti produttivi, e molti gruppi asiatici hanno le capacità per farlo. Dobbiamo essere più chiari nel definire quali investimenti sono benvenuti e quali no. Quarto: dovrebbe infine cercare di ritagliarsi uno spazio all’interno dell’Ue per influenzare le politiche commerciali del continente nei confronti dell’Asia”.
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