“Make Juventus Great Again”: così Paolo Ardoino, amministratore delegato di Tether, ha commentato parlando col Corriere della Sera la scalata al 5% del capitale del club torinese che ha reso la società di criptovalute (la cui sede legale si è di recente spostata dalle Isole Vergini Britanniche a El Salvador) il secondo azionista di Via Druento dopo Exor, la holding di John Elkann.
Devasini e Ardoino, registi di Tether nel capitale Juventus
Una dichiarazione inequivocabile che parla di Tether e degli orientamenti politici a cui Ardoino e Giancarlo Devasini, i fondatori italiani del gruppo, fanno riferimento: a Donald Trump, neoinsediato comandante in capo alla Casa Bianca, che ha promesso di essere il “presidente delle criptovalute”. E non è un caso. La storia della scalata di Tether alla Juventus non parla solo della squadra bianconera che ha superato il secolo di appartenenza al clan Agnelli-Elkann. Parla di importanti rapporti interni al sistema finanziario e di potere internazionale aventi, una volta di più, al centro l’asse Italia-Stati Uniti e la figura di John Elkann. Ma questa storia non potrebbe iniziare se non in piena era Trump.
The Donald, cavalcando l’animo libertario del capitalismo americano, ha proposto di costruire una riserva strategica in criptovalute per gli Usa e di preferire le stesse cripto all’idea di un dollaro digitale. Finanza, digitalizzazione (come amano i tecno-oligarchi che sostengono Trump) e grandi scommesse di denaro e risorse sommate assieme: le cripto sono una delle frontiere a cui il populismo del movimento Maga guarda con più attenzione. E qua entra in gioco Tether, fondata nel 2014 dallo sfuggente Devasini, ex chirurgo plastico arrivato sulla scia della corsa del suo gruppo a diventare il quarto uomo più ricco d’Italia (oltre 9 miliardi di euro di patrimonio), e avente nell’informatico 40enne Ardoino il suo regista operativo.
Tether, bond americani per garantire le cripto
Tether ha lanciato nel 2014 una cosiddetta stablecoin, ovvero una criptovaluta garantita da un altro asset. Ebbene, l’intuizione di Devasini e Ardoino, Chief Technology Officer di Tether dal 2017 e amministratore delegato dal 2023, è stata chiara: scegliere come bene sottostante il debito pubblico americano, i cosiddetti Tresuary Bond che la superpotenza emette costantemente per finanziare le sue spese in crescita. I T-Bond, bene sicuro per eccellenza, garantiscono le emissioni di criptovalute di Tether, che negli ultimi anni ha superato Bitcoin come asset digitale più scambiato e viene minato su 14 protocolli diversi, alimentando un mercato di 350 milioni di utenti su scala globale che nel 2024 è fruttato al gruppo profitti record da 13 miliardi di dollari.
Tether è, da sola, la tredicesima organizzazione al mondo per quantità di titoli del Tesoro americano detenuti, contando Stati e istituzioni finanziarie. Ne ha in pancia 113 miliardi di dollari, poco meno di quelli che possiede il regno dell’Arabia Saudita (121 miliardi) e più delle banche centrali e dei Governi di Germania, Italia, Emirati Arabi Uniti, Australia. Questo consente di alimentare sia i profitti del gruppo che l’emissione di criptovalute utilizzando la leva del debito a stelle e strisce. Manna dal cielo per Trump che intende mettere “a reddito” le emissioni sovrane americane e dare un boost al mercato delle criptovalute.
Per Tether si apre dunque un’epoca potenzialmente molto interessante in termini di business. In quest’ottica entrare nel capitale della Juventus è un utile mezzo per posizionare nei salotti finanziari la società. Devasini ha un patrimonio tre volte più vasto di quello di Elkann (che si deve accontentare di 2,5 miliardi di euro) ma l’erede dell’Avvocato Gianni Agnelli ha dalla sua le entrature nel mondo della finanza americana e anglosassone, la storia imprenditoriale, le esperienze di venture capitalist nei settori di frontiera dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie, un pesante capitale politico. Elkann è presidente di Stellantis e da poco anche membro del consiglio di amministrazione di Meta, la parent company di Facebook.
Il triangolo Elkann-Tether-Trump
Fare sponda con lui serve a Tether e ai suoi titolari per legittimare il gruppo nella finanza che conta. La Juventus, come la Mediobanca di un tempo, è un “salotto buono” che si spende sia in America che, perché no, in Italia. Peraltro, la scelta è industrialmente conveniente perché il club calcistico torinese può vantare sia la quotazione in borsa che la proprietà dello stadio, fattore che la rendono finanziariamente in grado di generare maggior valore rispetto, per esempio, a Milan e Inter. Inoltre, l’aspettativa suscitata da Tether ha portato al volo del titolo bianconero. La Juventus ha superato il miliardo di euro di capitalizzazione a Piazza Affari e potrebbe proiettarsi verso il miliardo e mezzo di valore di fatto se la partnership si espanderà.
Elkann guadagna da questa sponda la prospettiva di uno sguardo favorevole nei confronti di Exor del mondo conservatore statunitense a cui l’editore di Repubblica non è affatto considerato vicino. A gennaio la Stellantis di Elkann ha donato un milione di dollari all’inaugurazione di Trump, poco dopo la visita del manager italo-americano alla residenza di Trump a Mar-a-Lago per discutere degli investimenti della casa automobilistica negli States.
Ora arriva il sodalizio con la più “trumpiana” delle società di criptovalute in nome del calcio, nell’anno che con la Coppa del Mondo per Club di giugno (a cui la Juventus parteciperà) ospitata dagli Usa inaugurerà la corsa ai Mondiali del 2026, che vedranno gli States co-organizzatori assieme a Canada e Messico. Non è solo un gioco: gli Agnelli-Elkann lo sanno, Trump grazie alle dritte dell’amico presidente della Fifa Gianni Infantino ha dimostrarlo di saperlo a sua volta e il duo Devasini-Ardoino lo ha capito.